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L'intervista

«Taranto? Un Paradiso profanato», parla l'inviato Rai Sandro Petrone

«Mi immedesimo in chi subisce il cancro senza una colpa»

Sandro Petrone

Una vita fatta di ritorni. È quella di Sandro Petrone, storico inviato della Rai, che nasce musicista, per abbracciare la carriera giornalistica e poi intraprendere di nuovo la strada del suo primo amore. Sul volto e nelle parole, le tante esperienze umane, personali e professionali, ora confluite in «Non solo fumo», che lui definisce un «concept album», in tour nazionale alla «Green academy» di Crispiano.


Petrone, come nasce questo lavoro musicale?
«Concettualmente è un prodotto fisico, una sorta di terminale di tante storie accennate. Avevo pensato di scrivere un libro, inserendovi il cd, ma poi ho fatto il percorso inverso, con un disco accompagnato dalle parole. Si tratta di nove quadri di vita, che trattano aspetti di quei rapporti umani che negli ultimi decenni abbiamo dimenticato».


Lei nasce musicista, e poi diventa giornalista: c’è un nesso fra le due professioni?
«In realtà nasco parolaio. All’epoca, per raccontare quello che accadeva avevamo la musica. Erano anche gli anni delle prime radio private. Ma il livello degli amici musicisti, Bennato, Daniele, Gragnaniello e Cercola, era troppo alto, per cui ho deciso di abbandonare la musica».


Come giornalista, ma non solo, c’è un forte legame con Taranto.
«Mia madre è tarantina, per cui fin da bambino ho vissuto tanto qui. Venivo mandato a Taranto a giugno e “ritirato” a settembre, insomma, prendevo il meglio di questa città, che ho sempre ritenuto costruttiva. I tarantini sono persone serie, forse per il rapporto con la Marina Militare. E poi a Taranto ho iniziato a fare il giornalista nel Quotidiano. Insomma, ho vissuto la Taranto pre Italsider».


A questo proposito: lei non fa mistero della sua malattia. Cosa pensa per questo della situazione di Taranto?
«Sono un non fumatore con un tumore ai polmoni, quindi mi immedesimo in chi vive queste situazioni. Sono andato sotto le bombe in Libia e in Iraq, ma penso a un bambino che vive a ridosso dell’Ilva. Non butto le croci addosso a nessuno, ma ci sono situazioni che mi colpiscono, perché qui c’è il rischio di ammalarsi di tumore senza colpe. Oggi penso a Taranto come a un Paradiso terrestre profanato».


Taranto è dunque sotto le bombe?
«No. È una città ferita che attende la bonifica ed un futuro industrialmente possibile».


Nel cd c’è un brano dedicato al capoluogo jonico.
«È una ghost track, che nasce da un incontro con una ragazza su un treno e vuole essere un brano di denuncia».


Che cosa le resta dell’esperienza di inviato di guerra?
«L’ho fatto con convinzione, per il servizio pubblico. Devi saper raccontare e devi raccontare per la gente. Dire di Beirut o della realtà della Salinella è lo stesso... ».

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