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La vicenda Ilva

«Sindaco, meglio salvare Taranto che la fabbrica»

Lettera delle associazioni I relatori del piano Taranto: unica strada chiusura e riconversione

«Sindaco, meglio salvare Taranto che la fabbrica»

«Caro sindaco, invece di definirci populisti, radicali, violenti e aggressivi, considerazioni poco consone al Suo ruolo di primo cittadino (minoranze comprese) pensi a quanti hanno speculato e continuano a speculare sulla vita di donne, uomini, bambini e degli operai». I relatori del piano Taranto, la piattaforma finalizzata alla stesura di un accordo di programma che preveda la chiusura dell’Ilva e un progetto di bonifica con il reimpiego degli operai e di riconversione economica della città, scrivono al primo cittadino soffermandosi su alcune affermazioni che riguardano il Siderurgico. In particolare: «Ilva può dare ricchezza» e «Tutto parte e passa dall’Ilva». Se si pensa che l'opera di salvataggio dell’Ilva - sostengono Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, FLMUniti-CUB, Giustizia per Taranto, Tamburi Combattenti, Taranto Respira, Tutta Mia La Città e liberi cittadini - comporta «per la città di Taranto e per l'intero Paese notevolissimi costi, economici e sociali, è evidente come la situazione coinvolga tutte e tutti, indistintamente. Basti pensare alle coperture statali a garanzia dei prestiti bancari per circa 1,2 miliardi o ai veri e propri prestiti dello Stato pari a 425 milioni posti a carico dell'amministrazione straordinaria, cioè sullo Stato stesso che, tradotto in termini pratici, è a carico della cittadinanza».

E, ancora, sono da «considerare - aggiungono i relatori del piano Taranto - gli ammortizzatori sociali stanziati per i 3240 lavoratori in cassa integrazione fino al completamento delle operazioni di vendita. Inoltre, ci sono i costi che la relazione dei custodi giudiziari di Ilva - redatta nell'ottobre 2012 su mandato della Procura tarantina - stima in 8,1 miliardi per “ambientalizzare” il siderurgico, oltre ai costi sanitari che, secondo l'Agenzia europea dell'ambiente, pesano fino a 463 milioni, al netto dei “viaggi della speranza”, determinando un impatto sull'intero sistema di welfare e sulla vita dei cittadini, di natura sanitaria diretta ma, anche, previdenziale e assistenziale».

La presenza della grande industria ha peraltro «bloccato - rammentano cittadini e associazioni - lo sviluppo di qualsiasi economia alternativa - ricordiamo che nell'area ionica si contano circa 110mila tra inoccupati e disoccupati (Rapporto Taranto 2016) a cui, a breve, andranno ad aggiungersi i circa 4500 esuberi previsti con la cessione degli impianti ad ArcelorMittal -, così come la fuga dei nostri giovani verso altre città e la svalutazione degli immobili del quartiere Tamburi».

Allora, è meglio “salvare” Taranto che la fabbrica. «Il risanamento del territorio ionico - evidenziano i relatori del piano - è meno oneroso rispetto al salvataggio Ilva, produrrebbe più occupazione e non causerebbe più malattia e morte ma si preferisce il suo salvataggio perché indebitata per 3 miliardi, metà dei quali con le banche. Un recentissimo evento come Medimex ha dimostrato come l'economia possa rigenerarsi dando lavoro ai commercianti, ai ristoratori, agli albergatori. Inutile ricordare che Taranto, con il suo patrimonio culturale, storico e paesaggistico, potrebbe vivere in piena autonomia. Come mai, allora, il sindaco Melucci - prima autorità sanitaria sul territorio - non si adopera per la riconversione, preoccupandosi solamente del prosieguo dell'attività industriale? Lo ripeteremo in ogni circostanza e in tutte le sedi: l'unica strada è la chiusura e la riconversione».

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