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Arbitro espelle un raccattapalle down

L'episodio accaduto nell'intervallo, pare su richiesta della squadra ospite, di Venturina-Rieti, gara di calcio del campionato di serie D. Piero, 44 anni, dice: «Non sono stati loro»
BARI - L'onorevole Mussi è «indignato e sconcertato». Andreotti è semplicemente incredulo. Il senatore a vita Giulio in questo caso non c'entra, anche perché lui ha già avuto giustizia. Piero, invece, chiede grazia «perché non ho fatto nulla di male». Quarantaquattro anni, affetto dalla sindrome di down, si è trovato, suo malgrado, al centro di un episodio avvenuto nell'intervallo della partita tra Venturina, centro livornese dove vive con la sorella Maria Antonietta, e Rieti, finita 2-1 per gli ospiti, secondi nella classifica del girone E della serie D (i toscani, invece, sono ultimi).
Durante l'intervallo, l'arbitro dell'incontro, il signor Davide Maiolani, 29 anni, della sezione di Lugo di Romagna, ma residente a Cotignola, in provincia di Ravenna, ha deciso che uno dei raccattapalle dell'incontro non potesse più svolgere il suo compito. Avvisato il dirigente della squadra di casa, il direttore di gara, impiegato di una azienda di revisione di autoveicoli (rivedrà anche il referto?), lo ha pregato di accompagnare l'uomo a bordo campo al di fuori del recinto di gioco.
Il raccattapalle in questione era proprio Piero Andreotti, praticamente la «mascotte» del Venturina, che rappresenta il suo unico hobby, tanto da non perdere mai una gara casalinga della squadra. La sorella conferma: «Sì è vero ed è stato lui a dirmi domenica sera quello che era accaduto. Non si è posto il problema di chi fosse stato a causare la sua uscita. Però è rimasto male». Piero conferma, ma non lancia accuse, anzi: «Non sono stati i giocatori del Rieti. I dirigenti del Venturina mi hanno detto che dovevo andar via».
C'è da credergli, anche perché, come sostiene il presidente del club livornese, Renato Cerboneschi, «Piero ha tre marce in più rispetto a quelli che hanno il suo handicap». Però, poi, lo smentisce: «Il fatto è questo: il signor Maiolani mi ha avvicinato e mi ha comunicato che la decisione era presa su richiesta del Rieti. Spero abbia il coraggio di confermarlo. Altrimenti - scherza, lui che è contadino - gli infilzo il forcone a tre punte…».
L'arbitro non conferma. Del resto, non potrebbe. Ma non perché teme l'assalto di Cerboneschi. Glielo impedisce il regolamento. «Mi scusi, ma per parlare con lei ho bisogno dell'autorizzazione». Vero. Peraltro, la procura arbitrale dell'Aia (Associazione Italiana Arbitri) ha deciso di indagare e di accertare i fatti per intervento nientedimeno che del presidente Tullio Lanese. Sicuramente sarà stato chiesto un supplemento di referto al direttore di gara, che descriverà ufficialmente l'accaduto.
Il Rieti, dal canto suo, sostiene che «addirittura il commissario addetto all'arbitro (Ponsalli di Firenze), venuto a conoscenza delle dichiarazioni del presidente del Venturina, che ci ha accusato, gli ha consigliato di chiederci scusa», come afferma Giancarlo Palma, segretario del club laziale. Gli fa eco il presidente, Stefano Palombi: «Questa vicenda è frutto della fantasia e forse dello scoramento vissuto da una persona che ha visto perdere la propria squadra del cuore. Il Rieti, che aveva ben altri problemi da risolvere in campo, non ha assolutamente fatto presente all'arbitro la necessità di allontanare quel raccattapalle, quindi se una decisione in tal senso è stata presa non è avvenuta per nostra iniziativa. Nonostante questo ritengo comunque che l'arbitro abbia agito bene». «E poi - aggiunge Palma - la persona in questione non era un raccattapalle»
Di sicuro, il regolamento prevede che «possono pure essere ammessi nel recinto di giuoco, oltre ai tesserati, i raccattapalle (…) debitamente autorizzati dalla società ospitante, la quale assume, conseguentemente, la responsabilità del loro comportamento». Insomma, i fatti sembrerebbero chiari: Piero è stato autorizzato dall'arbitro, è rimasto ai bordi del campo per i primi 45 minuti per poi essere ritenuto non più idoneo, a quanto pare su richiesta della squadra ospite. A rigor di logica qualche cosa deve proprio essere accaduta, tanto da aver indotto l'arbitro a prendere la decisione. Ma perché ritenere la scelta vergognosa a priori (così davvero discriminando)? Prendendo per certe le proteste del Rieti per la presunta lentezza di Piero, il direttore di gara potrebbe aver addirittura voluto tutelare l'incolumità del ragazzo. L'alternativa potrebbe essere un'altra: Piero «non era all'interno del recinto come raccattapalle»,come detto dal segretario Palma. Solo in questo caso l'errore sarebbe certamente dell'arbitro, che avrebbe consentito la presenza di una persona non autorizzata. L'inchiesta sportiva in corso dovrebbe stabilire la verità.
In realtà, un'altra ipotesi c'è: sempre per regolamento «per evitare confusione, le magliette indossate dai raccattapalle devono essere dello stesso colore ma differenti dai colori di quelle indossate dai giocatori delle squadre in campo». Vuoi vedere che Piero, tifosissimo della sua squadra, aveva indosso la divisa sociale e ha pagato per una questione cromatica? Da escludere: «Ma no - ridacchia Valerio Olmi, direttore sportivo del Venturina, la "talpa" di tutta la vicenda - Piero è sempre in giacca e cravatta…».
Trovata la spiegazione: Piero Andreotti, 44 anni, affetto da sindrome di down, aveva semplicemente sbagliato abito (forse gli stava stretto). E siccome l'abito non fa il monaco, in Italia sappiano che è questo il vero motivo di tanto impedimento. Quindi, non lo ha fatto apposta. Alla faccia della dietrologia…
G. Flavio Campanella

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