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BARI - Donne, gravidanza, e lavoro: sono temi spinosI. Forse di più quando si tratta di atlete, dilettanti o professioniste. L’ultimo caso di discriminazione in tal senso ha coinvolto la pallavolista Lara Lugli, punita economicamente dal Volley Pordenone perché rimasta incinta. Immediata la mobilitazione a suo sostegno da parte di atlete, atleti e non solo. Dal Cesena calcio femminile invece è arrivata la bella storia di Alice Pignanoli che, annunciata la gravidanza alla società, ha ricevuto un rinnovo del contratto per la stagione successiva. E poi c’è il video della Juventus Women che in poco più di 12 minuti affronta un tema delicato come la genitorialità delle coppie omosessuali raccontando la storia dell’attaccante Lina Hurtig che avrà un figlio da sua moglie Lisa Lantz, anche lei calciatrice, con una presa di posizione contro la discriminazione a tutti i livelli, in ambito sportivo e sociale.

«Le buone società fanno quello che ha fatto il Cesena. Ma non può esser lasciato tutto al buon cuore delle società. Servono leggi chiare in materia - commenta Alessandra Signorile, presidente Pink Bari, unica società a rappresentare il Sud Italia nel calcio femminile -. Non essere considerate professioniste implica problemi anche di questo genere, purtroppo. Bisogna pensare al calcio femminile come a una professione, anche da un punto di vista giuslavoristico. Ci sono tanti proclami pre-elettorali che si riducono a un nulla di fatto. Noi donne dobbiamo imparare a fare gruppo come gli uomini per essere forti nella contrattazione poltico-sportiva. Serve aumentare il numero delle donne, consapevoli e capaci, nelle federazioni sportive, che conoscano mondo sportivo, difficoltà e necessità delle donne. Speriamo che il nuovo Governo voglia lavorare in questa direzione».

«Come dirigente federale, prima atleta, credo si debba affrontare un discorso generale sulla tutela del lavoro sportivo femminile, per conciliare esigenze delle donne e delle società - commenta Margaret Gonnella, consigliera nazionale della Federazione Italiana Pallacanestro -. È un aspetto su cui il mondo dello sport deve riflettere. Il professionismo femminile garantirebbe tutele che oggi mancano, ma per le società potrebbe essere un problema. È arrivato il momento che la politica si interroghi e trovi soluzioni in grado di sostenere lo sport come lavoro, al pari di qualunque altro, per chi lo pratica in modo agonistico e quasi esclusivo».

«Sapevo che lo sport, anche ad alti livelli, è limitato nel tempo. Per questo mentre giocavo mi sono laureata in legge - spiega Annamaria Quaranta, ex pallavolista italiana e giocatrice della Nazionale nel 2009 -. Nel 2012 mi sono ritirata dal campo e ho iniziato a lavorare in banca. Purtroppo quello che è successo a Lara non è una novità, ed è assurdo. Lo dico da donna di sport e mamma oggi di una bimba di 17 mesi. Non ci sono scuse. Ritenere il contratto carta straccia perché sei incinta è davvero triste. Sapere di non aver tutele è ingiustificato. Questo modus operandi deve cambiare. Già un riconoscimento con un contratto che tuteli la maternità sarebbe un primo passo, ma è tutta la mentalità che deve cambiare. Il caso di Lara sta facendo riflettere. C’è terreno fertile per questi cambiamenti anche se c’è tanto da lavorare. Iniziamo a tutelare atleti e atlete per infortuni e maternità».

Le fa eco Rosa Ricci, classe 1973, oggi alla guida dell’Europa Primadonna Bari che per 26 anni ha disputato campionati di Serie A1 e A2 collezionando anche diverse presenze in Nazionale. «Quello che si è verificato a Lara esiste dalla notte dei tempi. Tutti i contratti con le società sportive prevedono clausola di risoluzione nel momento in cui si rimane incinta. Dover sottostare a queste regole per lo sport femminile che non è ancora riconosciuto professionistico è folle. Io quando ho voluto un bimbo ho dovuto programmarlo, finire il campionato, smettere di lavorare. E sono stata fortunata perché è arrivato subito e dopo poco più di un anno sono tornata a lavorare. Siamo molto lontani da diritti e tutele di lavoratori “normali”: infortuni, malattia e maternità compresi. Le leggi che ci sono non bastano. L’ideale sarebbe che il lavoro sportivo fosse equiparato agli altri lavori. Si sta lottando per questo, ma non ci sono tempi definiti».

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