Lunedì 21 Gennaio 2019 | 06:06

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Teatro: Jasmine Trinca per 'La maladie de la mort'

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(di Paolo Petroni) ROMA, 10 NOV - Si intitola non a caso 'La maladie de la mort', come il racconto di Marguerite Duras da cui è liberamente tratto, lo spettacolo ospite per due sere del Teatro di Roma all'Argentina, cupo e ossessivo, freddo e violento, firmato da Katie Mitchell, su un rapporto di coppia che mette assieme una donna che si vende con tutta la meccanicità che questo comporta e un uomo che è morto dentro, incapace del tutto di amare, e spera da questo incontro ripetuto di notte in notte di ricavare una impossibile scintilla di sentimento, di vita. Il lavoro, proveniente da Torino, sarà a Bologna dal 13 al 16 novembre e a Prato dal 20 al 23. C'è una voce narrante, quella dell'autrice, che fa osservazioni o riferisce pensieri in un linguaggio intenso e molto letterario, ed è di Jasmine Trinca, presente in scena in una sorta di cabina di regia, visto che tutto è costruito come un set per la ripresa di un film, in linea con la ricerca sul sovrapporsi e incrociarsi dei linguaggi di scena e tecnologici della Mitchell. Laetitia Dosch e Nick Fletcher sono i due protagonisti che, all'inizio di ogni incontro nella camera d'albergo di lui in una cittadina di mare, si spogliano e recitano nudi, mentre le loro immagini una troupe cinematografica manda in diretta su un grande schermo che sovrasta il palcoscenico, dove sono allestiti la stanza e il corridoio antistante, mentre di lato è la cabina della Trinca. Poche le parole, perché lui vuole che lei non dica nulla e sottostia solo ai suoi voleri, anche se ogni tanto domanda, per venire a sapere che lui è sempre stata persona del tutto priva di sentimenti, incapace di provare emozioni, che risolve principalmente nel voyeurismo il rapporto, magari guardando la donna dormire, osservandone il corpo nei suoi particolari e sperando questo gli riveli qualche misterioso segreto e crei una crepa nella sua corazza. Ma non accadrà nulla e anche i rari e meccanici rapporti sessuali non aggiungono nulla. Da buon voyeur, lui soffre della propria situazione, vorrebbe lavar via tutto con pulizie di lei e proprie; patisce sino, una volta, a piangere e lamentarsi sonoramente accoccolato nella doccia, nel sentirsi prigioniero di tanta impotenza a vivere, che gli suscita solo pulsioni violente non sempre trattenute. E qui il voyeurismo è all'ennesima potenza, in lui che guarda lei, in lui che guarda al pc video porno, in lui che filma lei col telefonino, e il tutto sempre ripreso dalla telecamera che costruisce e restituisce la vicenda sullo schermo. Al fondo, volendo, forse si potrebbe leggere qualcosa che si lega ai rapporti tutti virtuali e distanti cui ci ha abituato il mondo delle immagini nel Web oggi. La luce è sempre poca, le parole a bassa voce, e non si avverte mai davvero un'emozione, una scintilla di vitalità o semplice sessualità, così che lo spettacolo, pur durando poco più di un'ora, ha un suo andamento anche monotono, noioso, che è poi la sostanza stessa del loro rapporto. Nel doversi confrontare con una morte dello spirito tanto assoluta, lei si trova a ricordare il proprio incontro infantile con un'altra morte, con la scoperta del corpo impiccato del padre suicida, cui comunque nel tempo ha reagito continuando a voler vivere, tanto da avere un figlio, come svela l'immagine finale cinematografica, dove il bambino la raggiunge sulla spiaggia e mangiano assieme un panino.(ANSA).

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