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il ricordo

Rossetto e tristezza
com’eri bella Biagini

Morta a Roma l’ex «svampita». La sua storia tarantina

isabella biagini

di ALBERTO SELVAGGI

Ricordo sopratutto che mi fece una certa pena, Isabella Biagini, desiderio degli italiani anni Sessanta e Settanta, attrice, showgirl, imitatrice. Un’anima che aveva dichiarato precocemente fallimento con un capitale di bellezza conturbante che stava fra il modulo felliniano e la levità vaporosa hollywoodiana.

Perciò, adesso che ha detto addio al mondo, all’inseguimento affannoso di uno stato di pace, non mi hanno stupito i particolari di vita marginale che debordano dai siti web, tv e giornali.

Isabella Biagini aveva 74 anni, un cane che probabilmente soffriva quanto lei, un letto nel quale giaceva giorno e notte e da cui venne cacciata dallo sfratto; e mi raccontò della sua vita quando non ne aveva ancora 60.

Già allora la sua vita, sempre più vacua, confusionaria, era orientata lungo la rotta del naufragio. Non c’erano più il successo e i soldi, che avevano compensato le sue falle di sventola ossigenata. La pelle, come a tutti quanti, le era cascata. Non si scollava da Roma neppure sotto minaccia, era una sua fissazione, e insieme una scelta obbligata: sarebbe morta ancora prima lasciando il luogo che l’aveva fatta e che l’ha accolta adesso che ha cacciato dai polmoni l’ultima parvenza di vitalità.

Campava senza senso, questa stella che aveva regalato siparietti indimenticabili, che aveva recitato dall’età di 14 anni con Vittorio De Sica, Gino Cervi, Raimondo Vianello, Paolo Panelli, Franco e Ciccio e Walter Chiari. Mi disse che dava una mano ai volontari della Caritas. Quando forse già allora era la Caritas a bussare alla sua porta e a portarle pasta senza sale.

Era legata alla Puglia; almeno, questo è quanto mi riferì mentre ancora mi domandavo se la stavo intervistando o se ero lì ad ascoltare la voce di una sofferente che mi sciorinava i suoi guai. Elencò i suoi derivati parentali pugliesi, sezionò il rapporto con la madre di Taranto. I cugini, se ben ricordo, oppure i cugini dei cugini dei cugini, che dalla sua memoria svanivano nell’anonimato. Le visite ai due mari nei quali spandono digestioni di mitili e industriali. Ma in questi elementi, gettati là come carta incolore, non trovai grande meraviglia. Lessi più che altro la miseria, non ancora disperata, di una dimenticata.

Così, io, come tanti esseri umani in altri frangenti, mi ritrovai a ripassare le ovvietà sulla gloria caduca, sull’immaterialità del mondo, sulla comunione degli spiriti nel ciclo della morte e della rinascita, cioè considerazioni che Isabella stessa - Dio, quanto era bella Isabella - citava nel Duemila, o giù di là, mentre discorrevamo, convertita, o meglio, profondamente affascinata dal buddismo, dopo che Monica, la figlia che si campava da sola dopo il divorzio senza un grazie, era morta per un tumore che la aveva divorata. Disse proprio così: «Me l’ha mangiata».

La donna che illuminava di rossetto pomodoro e fiamme la scatola bianconera venerata dal popolo italiano, dopo Carosello, dopo il telegiornale, la svampita esagitata di Non cantare, spara e Bambole non c’è una lira, la bellona procace di Sim Salabim Special, Amore all’italiana, Paolo il freddo, Boccaccio, passata di tivù in pellicola fino all’informe FF.SS. di Renzo Arbore e a Capriccio di Tinto Brass, la fatalona ironica della prima commedia all’italiana, finita con Liz Taylor in barca, concupita per le sue «lollo» (tette) dai divi americani; l’artista, ché era un’artista, bistrata in eccesso al Piper, tra Gil Cagnè, Elsa Martinelli e Valentino Garavani, innamorata e riamata per decenni da Camillo Caltagirone, della stirpe dei gran palazzinari, era discesa poi da Tina Pica e Franca Rame alle sabbie mobili di Playboy, Playman, Le Ore. E su quest’approdo, già nell’anno in cui mi saltò in testa di interrogarla, aveva incominciato a raccattare le sue cose per andarsene. Quando, salutandomi, mi disse: «Scusami, adesso ho da fare certe cose, anche se non è che mi importi più tanto ciò che faccio. Perché, vedi, io penso che quello che dovevo fare l’ho già fatto».

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