L'intervista
«Dante e tv, ma al teatro non rinuncio»: Maurizio Lastrico a Taranto tra endecasillabi e vita quotidiana
L'attore e comico genovese domani sera 8 febbraio al Cinema Teatro Orfeo porta in scena «Sul Lastrico»: «Il pubblico dal vivo è sempre il miglior biglietto da visita»
Il titolo dello spettacolo «Sul Lastrico» gioca chiaramente con il cognome di Maurizio Lastrico, attore e comico genovese, che domani alle 18 sarà a Taranto, Cinema Teatro Orfeo, data unica inserita nella Stagione (biglietti su TicketOne, 2tickets e al botteghino, info 099 4533590 – 329 0779521). «Un titolo che parte da una riflessione autobiografica - racconta Lastrico alla Gazzetta - e dentro c'è tanto di me. In questo momento sto cambiando: nasco come ragazzo di provincia, che va a fare cinema e le date in giro. Spero di trasmettere tutto questo con ironia ed efficacia. Dentro c’è questa condizione, tra virgolette, di avere paura che tutto finisca, che possa finire questo momento magico. Allo stesso tempo c’è un gioco autoironico forte. E poi c’è il mio amore più grande: giocare col teatro, giocare col linguaggio, con la poesia, con le cose che sono belle e che fanno ridere della vita».
Nei monologhi non mancheranno i celebri endecasillabi «danteschi», terzine che mescolano linguaggio alto e basso. Come nasce questa idea?
«L’idea è nata alla Scuola di Arte Drammatica, sono diplomato dello Stabile di Genova. È nato anche per prendere un po’ in giro quello che ci avevano imposto in Accademia. Per me, da un lato, è difficile stare nella metrica, nelle rime, in tutto questo. Ma in realtà, quando hai un recinto stretto, sei costretto a scegliere bene cosa vuoi dire. Quindi per me la difficoltà comunicativa che comporta un verso, una poesia o qualsiasi schema, in realtà agevola, perché costringe a scegliere bene. È uno stimolo in più, come risolvere un sudoku».
Nei suoi spettacoli osserva mondi diversi, bar, scuole, teatri, parrocchie. Quale di questi ambienti le ha dato più materiale creativo?
«Non c’è un luogo preciso che mi ispira. Quello che noto è il fatto di continuare a fare cose non usuali, mettermi in situazioni “difficili”. Intendo anche banalmente dover rifare una carta d’identità, un viaggio da solo, essere a contatto con l’umanità. Credo di aver sviluppato una sensibilità per cui osservo quello che succede. Quella è una cosa che aiuta la creatività, perché mi ricorda quella roba fantastica di quando, da bambini o ragazzini, iniziamo a scoprire il mondo e le relazioni. È sempre più difficile crescendo, perché si tende a cercare zone di comfort, si crede di vivere meglio in situazioni che non creano “stress”».
Il suo pubblico varia dal teatro alla tv e ai social. Come cambia il suo modo di scrivere e recitare a seconda del contesto?
«Sono abbastanza figlio di Zelig nella scrittura, di una richiesta di densità comica forte: poco tempo, frequenza di risate alta. A volte questo uccide un po’ la narrazione, ma dall’altra parte, se un’idea passa dalle forche caudine zelighiane, in teatro, dove si sentono meno le pressioni di colleghi, autori, reti, è un vantaggio. Si ha un contatto col pubblico che non è una responsabilità inferiore, ma diversa. Sono dell’idea però che se riesci a provare i pezzi prima in teatro e funzionano, quella magia col pubblico è il miglior biglietto da visita per convincere anche i direttori di rete più scettici. Io finché potrò, alternerò. Se dovessi rinunciare a qualcosa, farei fatica a rinunciare al teatro. Per adesso, avere fusi orari diversi mi dà la possibilità di non avere tutte le fiches puntate su un unico numero. Mi dà sempre quell’emozione di andare a fare qualcosa con la sensazione di non essere al lavoro, nel senso brutto del termine, ma di essere dentro una scoperta».
La comicità può avere ancora un ruolo di osservatorio sociale o nel 2026 c’è qualcosa di cui «non si può parlare»?
«Sicuramente è un momento in cui c’è una grossa caccia alla scemata che uno può dire. C’è una gara a chi è più sensibile, a chi moralmente più corretto. Esporsi oggi richiede forse gli attributi doppi. Tuttavia non credo che ci siano argomenti tabù. Dipende sempre dall’intelligenza che si porta e da cosa si vuole comunicare. Anzi, per quanto mi riguarda, c’è una grande voglia di trovare cose comiche che funzionino a teatro e non voglio usare argomenti ricattatori per far funzionare le mie cose: quello che sento è quello che sento in questo momento».