Benvenuti da Chippendales, il primo strip club per donne. Diventato negli anni un classico kitsch dell’addio al nubilato, in origine era una «rivista» di Los Angeles con una storia unica e sconosciuta da questa parte dell’Atlantico. Fondato da Somen «Steve» Banerjee (Kumail Nanjiani), immigrato indiano ossessionato dal successo, il celebre locale nasce come club di backgammon ma i clienti latitano. Poi l’illuminazione e quell’idea rivoluzionaria che spoglia gli uomini. Nel 1979, in piena liberazione sessuale e prima dell’arrivo dell’AIDS, Steve capovolge i codici di genere, trasformando il corpo maschile in oggetto di marketing e di desiderio per le sue impetuose spettatrici.
Self-made man sociopatico, fa jackpot ma il peso del razzismo e la rivalità con Nick De Noia, carismatico coreografo che costruirà una versione «accettabile» del desiderio femminile (il ballerino scolpito dentro pantaloni a strappo), trasformano la sua scalata in una discesa all’inferno. Welcome to Chippendales è una success story inghiottita progressivamente dalla brama patologica del suo protagonista e dalla follia degli anni Ottanta. La serie di Robert D. Siegel (Pam & Tommy) mette a nudo soprattutto il parossismo del desiderio e le ferite dell’orgoglio. Dietro la feticizzazione umiliante del corpo maschile, covano l’angoscia del fallimento, la fragilità di chi scommette tutto sul sogno americano e la solidarietà impossibile in un’epoca di liberalismo sfrenato. Negli emergenti anni di Reagan, l’indiano Steve, che finisce per riprodurre il razzismo che subisce, non sarà mai più americano di Nick. Gli occhi blu di Murray Bartlett iniettano una dose di glamour in questa storia d’ego che non manca di «carne» e mordente. Otto episodi su Disney+ e sul passato prossimo della pop culture.
















