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Salvare l’arte ucraina da guerra e oblio

Salvare l’arte ucraina da guerra e oblio

Un grande murales di Dostoevskij per dire no alla censura

Corsa contro il tempo dei progettisti del Paese sotto le bombe per portare le sculture alla 59ª Biennale di Venezia

21 Marzo 2022

Dorella Cianci

Citiamo quasi tutti a cuor leggero la frase dostoevskijana «la bellezza salverà il mondo», ma quale bellezza lo salverà? E la domanda, decisamente complessa, veniva rivolta già al principe Miškin dal tormentato Ippolit. La risposta, non facile, se non addirittura ineffabile, va ricercata nella bellezza inequivocabile del bene, che si interseca non con gli stereotipi o con le ideologie, ma nella risposta simbolica fornita dall’arte. In un tempo molto desolato nel centro dell’Europa, quest’insegnamento ci arriva direttamente da alcuni fra i migliori scultori contemporanei al mondo. Pavlo Makov, Lizaveta German, Maria Lanko e Borys Filonenko, rispettivamente artista e curatori del Padiglione dell’Ucraina, ce la stanno mettendo tutta per portare il loro progetto plastico alla 59ma Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia, che aprirà al pubblico il 23 aprile. Il gruppo è riuscito ad avviare le operazioni di trasporto di alcune parti delle installazioni, che si trovavano nella martoriata Kiev. «Ciò che non si riuscirà a trasportare verrà ricostruito direttamente sul posto», hanno precisato gli artisti.

Borys Filonenko, incontrato molto tempo fa a Venezia, ha detto: «In questi giorni tremendi per noi ucraini, tornano a venirmi in mente le parole di Svetlana Aleksievič, amica e premio Nobel per la Letteratura nel 2015. Svetlana ci ha fatto ascoltare le voci di chi ha subito veri e proprio orrori: dalle vittime di Chernobyl alla guerra afghana tra il 1979 e il 1989, quella che fu un’altra grande tragedia della storia sovietica. Ripensando alle sue pagine - continua - viene in mente che la letteratura non può tacere le atrocità e non può voltarsi dinanzi a volti stanchi e dolenti, né dinanzi a soldati impietosi. Noi facciamo la stessa cosa con le nostre sculture, evitando urla scadenti o opinioni inutilmente sguaiate. Non modelliamo la materia per distrarci piacevolmente dalla brutalità, ma per dare una voce metaforica ed eterna a un popolo che ha fatto le sue scelte democratiche, costantemente calpestate in questi anni dall’autocrate del Cremlino, che sbeffeggia perfino il Vangelo».

Fino al 5 marzo scorso, Makov, scultore geniale e ben quotato, si trovava a Kharkiv con la sua famiglia, trascorrendo la maggior parte dei giorni e delle notti allo Yermilov Arts Center, un noto centro di arte contemporanea aperto, nel 2012, e trasformato in un rifugio antiaereo. Nei giorni successivi, Makov è stato costretto a lasciare la città, coi suoi cari. Per loro Venezia sarà il palcoscenico della denuncia: una denuncia non di certo urlata, ma “esposta”, perché – come ci ha ricordato Shakespeare nel Riccardo III – «l’afflizione ha cento riflessi». Che cosa vedrà il mondo a Venezia di quest’arte ucraina? Sarà presentata, con grande attesa di pubblico, un’opera dal titolo The Fountain of Exhaustion: scultura cinetica composta da una serie di imbuti e flussi d’acqua, iniziata nel 1995, che, alla luce degli ultimi drammatici eventi, si è caricata di ulteriori significati sul tempo, sulla circolo vizioso della storia, sulle strettoie dei diritti dell’uomo. L’opera è ispirata idealmente all’intersezione tra i fiumi Lopan e Kharkiv ed esprime, in maniera grandiosa ed elegante, una riflessione sullo sfruttamento delle risorse naturali, ma anche la difficile situazione dei Paesi più piccoli dell’ex URSS, che mancano di capitale politico, sociale, finanziario e infrastrutturale, per ricomporre, in autonomia democratica, quelli che sono stati, nel bene e nel male, i resti dell’era sovietica. Makov ha aggiunto: «L’Ukraine Crisis Media Center ha anche evidenziato l’aumento del rischio di incendi boschivi causati da fuoco militare o esplosioni, come è successo quando 20 mila ettari, nella regione di Luhansk, sono bruciati nel 2020. Questi rischi ambientali non sono limitati al Donbass. Vengono segnalati dagli scienziati anche nella nota città di mare di Berdianske, a sette miglia da Mariupol, nella provincia di Zaporizhia, dove peraltro le spiagge e i campi sono già disseminati di mine difensive, che inquineranno noi stessi e le falde acquifere. Non tutti comprendono come le armi pesanti siano criminali anche verso l’ambiente, oltre che verso l’uomo». Infatti, sebbene non esista un legame mono-causale tra il cambiamento climatico, l’inquinamento e i conflitti (generati da complesse cause geopolitiche), è evidente, come dicono questi scultori, quanto «oggi più che mai, l’impatto della guerra sul deterioramento ambientale non può essere sottovalutato o taciuto».

Questi artisti ricordano come sia necessario, nell’attuale scenario, mettere nella giusta prospettiva la relazione fra la politica e la cultura, senza guardare entrambe solo con la lente del mercato, che porta peraltro a un atteggiamento predatorio gli uni sugli altri. Uno dei più grandi intellettuali del Novecento, Hobsbawn pose ai suoi studenti questa domanda: «Dove si collocano l’arte e la cultura rispetto al mercato e alla politica?». E proviamo, con coraggio irriverente, a rovesciarla: quanto possono esser d’aiuto l’arte e la cultura in una politica che concepisce ancora le logiche e la narrazione della guerra?

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