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Quella lenta e mesta fuga dai luoghi della guerra: il pellegrinaggio degli sfollati a pochi passi dalle bombe

Quella lenta e mesta fuga dai luoghi della guerra: il pellegrinaggio degli sfollati a pochi passi dalle bombe

Fra la gente alla frontiera polacca si contano numerosi bambini, famiglie (soprattutto madri) e altre persone vulnerabili 

04 Marzo 2022

Dorella Cianci

A guardare oggi il confine fra Ucraina e Polonia, in particolare dalla prospettiva di Medyka, dove si giunge lentamente in auto dal resto d’Europa, sembrano lontanissimi quei giorni di dicembre, quando la situazione dei migranti - lungo la rotta balcanica - al confine tra Bielorussia, Polonia, Lituania e Lettonia era drammatica, tanto da far scaturire anche le sanzioni europee contro i respingimenti (in particolare polacchi, con relativi fili spinati).

Alla fine poi però, nonostante questa differenza di accoglienza, ci si accorge che si sta «scomodi» nel solito vecchio mondo, dove le guerre son tutte uguali e le persone in fuga hanno tutte lo stesso volto, che resta impresso negli occhi di chi qui racconta. Fra la gente alla frontiera polacca si contano numerosi bambini, famiglie (soprattutto madri) e altre persone vulnerabili, che, proprio ogni giorno, provano a passare quel lembo di terra, che oggi fa parte della narrazione di una zona in guerra.

Andriv, scultore ucraino, partito due giorni fa da Kiev, fa sapere che è giunto, con Arseniy, il suo piccolo bambino malato di leucemia, a Varsavia, passando per la stazione di confine. La sua storia sta facendo il giro del mondo, anche perché commuovono i gesti gentili e delicati di questo padre, che ha perso i suoi genitori, anni fa, nel Donbass. Sua moglie resta nascosta a Kiev. È una giornalista freelance e Andriv dice: «È il suo dovere star lì, ben più dell’essere madre. È una giornalista e deve testimoniare l’accerchiamento della capitale, così come deve raccontare di quei forni crematori portatili, che il governo di Mosca invia in Ucraina per non riportare ufficialmente il vero numero dei suoi soldati morti. Riecheggia, in me, la frase Il treno per Varsavia parte alle 2 del mattino! e quelle parole, echeggiando nelle robuste pareti della struttura neoclassica della stazione di Kiev, si aggiungevano, in quelle ore, ad altre come Il treno è gratis! Non hai bisogno del biglietto! 2:00 a Varsavia! Andate tranquilli».

Scene simili si ripetono più e più volte in questi giorni, anche in piena notte, sia a Medyka che alla stazione ferroviaria centrale di Przemysl, un’altra cittadina normalmente tranquilla, nel sud-est della Polonia, diventata una delle principali porte d'ingresso per i rifugiati ucraini, che si diffondono a ventaglio in tutta Europa. Circa la metà dei profughi si è diretta in Polonia, ha detto l'Onu, mentre molti altri hanno cercato rifugio in Ungheria, Moldova, Romania, Slovacchia e altri Paesi… Ovviamente il fatto che il presidente russo Vladimir Putin, storico avversario della Polonia, abbia avviato l'invasione dell'Ucraina, ha contribuito alla calda accoglienza riservata a coloro che fuggono, facendo mettere da parte quei sentimenti di intolleranza sempre più crescenti nel gruppo di Visegrad.

«Putin ha iniziato questa guerra e questa povera gente ne sta pagando il prezzo», ha detto Piotr, 67 anni, un poliziotto in pensione polacco e volontario, oggi, nei centri di accoglienza appena creati. «Vedere la loro situazione mi fa piangere. Forse anche noi polacchi abbiamo commesso errori, lo scorso inverno, coi migranti lasciati al freddo». Ovviamente il racconto è decisamente diverso, perché, in questo caos, non mancano di certo coloro che stavano percorrendo l’Est per venire in Europa. Primi fra tutti gli afghani. Sembra che a Medyka ci siano evidenti e naturali segni di compassione, ma poi quel solito vecchio mondo viene sempre fuori, con le sue discriminazioni. Lì, in mezzo a quello scempio di vite umane in fuga e disorientate, qualcuno si sente in diritto di dire «prima i veri ucraini», facendo venir fuori rigurgiti di razzismo anche nella disperazione. Tra coloro che scappano c’è infatti un numero significativo di studenti stranieri - alcuni provenienti dall'India, dal Pakistan e dalla Nigeria - fuggiti anche dall'Ucraina, dove decine di migliaia di stranieri studiano soprattutto Medicina ed Economia, attratti in parte da rette moderate e dal costo della vita contenuto. Ora Kharkiv, importante cittadina universitaria, ha cambiato il suo volto. Alcuni di questi ragazzi, fuggendo in Polonia, si sono lamentati del comportamento razzista proprio da parte delle autorità ucraine, che hanno fatto aspettare i non ucraini per ore prima di consentire loro di partire, impedendo peraltro di salire sugli autobus e costringendoli a camminare, nel freddo, oltre il confine internazionale.

I numeri segnalati in queste ore sono tutti da verificare; di certo, secondo le segnalazioni che le Nazioni Unite sono state in grado di verificare, il vero numero delle vittime fra i bambini è probabilmente molto alto. Il conflitto, come si vede chiaramente dal confine, continua a innescare un massiccio sfollamento della popolazione, che potrebbe presto diventare una delle più grandi crisi di rifugiati in Europa dalla Seconda Guerra mondiale. Le notizie che arrivano attraverso Telegram raccontano, alle persone qui in attesa, che i rifugiati ucraini avranno il diritto di vivere e lavorare nell'Unione europea per un massimo di tre anni, nell'ambito di un piano di emergenza. Andriv, partendo verso Varsavia, ha voluto dire una cosa ai giornalisti presenti: «Il mio Paese non brillava per libertà di stampa… In fondo il The Kjiv Independent è nato anche dalle ceneri di una chiusura forzata, come sapete. Oggi però, vedendo il lavoro di mia moglie, sento di dirvi che il racconto è fondamentale, anche per distinguerci da quella macchina del consenso messa in piedi da Putin e basata un falsi storici. Quello che ci accadrà, in futuro, dipenderà anche tanto da come voi saprete toccare il cuore dei governi e dell’opinione pubblica, da come voi saprete raccontare tutto con particolari».

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