Giovedì 23 Gennaio 2020 | 03:08

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BRUXELLES - Il tempo stringe ed il Consiglio Ue prova ad accelerare sulla riforma del regolamento di Dublino. Ma i fronti opposti restano arroccati. Da un lato i Visegrad, guidati da Polonia e Ungheria, decisi a non concedere niente sulla ridistribuzione intra-Ue dei richiedenti asilo. Sull'altro i Paesi del Mediterraneo, con Italia e Grecia in testa, che dicono no ad un aggravio delle loro responsabilità. Il campo di battaglia su cui si incrociano le armi è la nuova proposta della presidenza bulgara del Consiglio Ue, messa insieme col bilancino con un fitto lavoro tecnico, con la partecipazione dei 28, per trovare il giusto equilibrio.

 

La missione di Sofia è riuscire là dove hanno fallito i predecessori (Olanda, Slovacchia, Malta ed Estonia) e trovare un accordo politico entro fine giugno, come vorrebbero Commissione Ue e Germania. "Il rischio - mettono in guardia fonti europee vicine al negoziato - è che la riforma resti al palo per altri due anni, con tutto il vuoto che l'attuale testo del regolamento si porta dietro sulla solidarietà". Dal primo luglio la poltrona della presidenza passerà in mano agli 'hardliner' di Vienna, con scarse probabilità di passi avanti.

 

L'assenza di un governo legittimato dal voto in Italia non aiuta. Ma a Bruxelles ci tengono a puntualizzare: "Nessuno sta facendo piani contro l'Italia".

 

Di recente Roma, Atene, Madrid, Nicosia e La Valletta hanno espresso un documento congiunto chiedendo che la responsabilità stabile per l'ingresso dei migranti, prevista dall'attuale norma in 12-18 mesi, non sia portata a dieci anni, come vorrebbe la proposta in esame, ma si fermi e due. In questo caso sono però i Paesi del Nord Europa, che con le recenti crisi migratorie si sono trovati a trattare migliaia di applicazioni di ingresso, a storcere il naso. E' stato infatti osservato, spiegano ancora le fonti, che spesso le procedure di ingresso in Ue di migranti entrati in Italia o in Grecia, trascorsi i 12-18 mesi, non siano state finalizzate. L'attuale regolamento prevede infatti, che trascorso il termine, il migrante possa fare richiesta di ingresso in un altro Paese dell'Ue e così avviene in moltissimi casi. "Una situazione disordinata. Lancia il messaggio sbagliato, che nell'Unione europea il migrante possa scegliere il Paese dove stabilirsi. Tanto che la Commissione Ue, nella sua proposta originaria, aveva previsto una responsabilità stabile permanente", avvertono.

 

A fronte di questo appesantimento sulla responsabilità nella bozza in discussione si prevede un riequilibrio in termini di solidarietà: un meccanismo di redistribuzione, sulla base di quote, che a seconda della gravità dello scenario, passa dalla base volontaria incentivata (30mila euro a migrante), a quella obbligatoria. Altro punto importante: tutte le nazionalità (non solo siriani o eritrei) sono candidabili ad essere redistribuite purché il migrante abbia possibilità di vedersi riconosciuta la protezione internazionale. Ma i Visegrad non ne vogliono sapere.

 

Ora la palla è nel campo degli ambasciatori dei 28, che discuteranno di nuovo il dossier il 15 maggio. Al momento non è neppure scontato che la nuova proposta approdi sul tavolo del Consiglio dei ministri dell'interno Ue, il mese prossimo. A quel punto l'unica finestra resterà il summit dei leader di fine giugno, col rischio che la riforma di Dublino venga rimandata ancora una volta, a data da destinarsi.

 

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