Mercoledì 19 Dicembre 2018 | 16:15

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BRUXELLES - Italia, Grecia, Malta, Cipro e Spagna fanno squadra per pesare di più nel negoziato per la riforma del regolamento di Dublino, e chiedono che sia alleggerito il peso dei flussi migratori, sui Paesi di primo ingresso. Ora che le trattative sulla proposta della presidenza di turno bulgara del Consiglio europeo stanno entrando nel vivo, i cinque Paesi hanno inviato ai partner Ue e alla Commissione europea, un documento con una posizione congiunta, in cui si chiede che "gli sforzi dei Paesi in prima linea, per il controllo delle frontiere esterne Ue soggette a pressione migratoria, e per le attività di ricerca e salvataggio in mare, siano riconosciuti nel contesto del regolamento" e portino ad "alleviare i pesi procedurali".

Nei tredici punti del documento (in tutto tre pagine), si evidenzia anche la necessità di "ridurre la responsabilità stabile" dello Stato membro di primo ingresso del migrante ad un massimo di due anni, rispetto ai dieci previsti dall'attuale proposta della presidenza bulgara di turno del Consiglio Ue.

 

"Le misure di solidarietà dovrebbero avere un impatto positivo immediato", scrivono i cinque Paesi, contestando che "alcune delle misure previste - come i reinsediamenti e il contributo di 30mila euro al posto dei ricollocamenti dei richiedenti asilo - non sarebbero utili ad alleviare, nell'immediato, il peso per il Paese di primo ingresso". Italia, Cipro, Malta, Grecia e Spagna vorrebbero inoltre che si estendesse a più nazionalità la platea dei rifugiati che possono essere destinati ai ricollocamenti.

 

E perplessità vengono espresse sull'impianto del meccanismo di ricollocamento della proposta bulgara. Mentre i cinque Paesi spingono per un sistema automatico e obbligatorio, la bozza di revisione prevede la possibilità che la Commissione europea proponga al Consiglio di attivare il meccanismo di solidarietà a fronte di un flusso superiore del 160% rispetto all'anno precedente. Ma il sistema diventa obbligatorio solo con uno scenario superiore al 180%, sempre che la maggioranza dei partner Ue non voti contro.

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