Lunedì 10 Dicembre 2018 | 22:38

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Usa preoccupano Draghi più di euro,non cantare vittoria

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ROMA - L'attuale politica economica degli Stati Uniti e in tono minore l'apprezzamento dell'euro, dovuto in parte "alle dichiarazioni di alcuni soggetti", preoccupano la Banca Centrale Europea. E quindi anche se la crescita nell'Eurozona è "robusta", è "ancora presto per cantare vittoria". Nella prima riunione dell'anno del board Bce a Francoforte, il presidente Mario Draghi sferra un affondo all'Amministrazione Trump ed in particolare al Segretario al Tesoro Usa Steven Mnuchin, pur senza farne il nome, per i suoi commenti a Davos circa la debolezza del dollaro che "fa bene" all'economia Usa.

 

"Diversi membri" del board hanno espresso "preoccupazione" per i recenti segnali che arrivano dagli Stati Uniti, afferma il numero uno della Bce. "Timori che vanno oltre il tasso di cambio" e che "riguardano lo stato generale delle relazioni internazionali in questo momento", spiega Draghi, avvertendo che "se ciò dovesse portare ad una stretta monetaria indesiderata e non giustificata, allora saremo costretti a ripensare la nostra strategia". Quindi lancia la stoccata a Mnuchin. "Il movimento nei tassi di cambio è dovuto in parte a fattori endogeni, come il miglioramento dell'economia, e in parte a fattori esogeni che non sono legati alla comunicazione della Bce ma a dichiarazioni di altri soggetti", precisa Draghi. "Un linguaggio che non riflette le condizioni su cui siamo d'accordo", sottolinea.

 

Il richiamo di Draghi al Segretario al Tesoro Usa fa il paio con quello del direttore del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, che alcune ore prima a Davos aveva chiesto chiarimenti a Mnuchin, ricordandogli che "il valore del dollaro viene deciso dal mercato". Nel corso della conferenza Draghi ribadisce per l'ennesima volta che "i tassi di cambio non sono un obiettivo" della Bce, sebbene "ampi movimenti possono avere effetti" sulla stabilità dei prezzi ma "è ancora troppo presto" per valutare l'impatto del supereuro sull'inflazione. Tuttavia "la recente volatilità nei tassi di cambio rappresenta una fonte di incertezza che richiede attenzione", mette in guardia Draghi. E la moneta unica nel frattempo vola oltre la soglia di 1,25 dollari per la prima volta da dicembre 2014.

 

Come previsto, nella riunione di ieri Francoforte ha lasciato i tassi fermi, con quello principale a zero, assicurando che resteranno sui livelli attuali per un periodo prolungato di tempo e "ben oltre l'orizzonte degli acquisti netti di attività", ossia del programma di Quantitative easing (Qe), che da questo mese continuerà al ritmo ridotto di 30 miliardi di titoli acquistati al mese fino a settembre 2018, o anche oltre se necessario. "Acquisti che non favoriscono nessun Paese", sottolinea ancora una volta Draghi. "La crescita dell'Eurozona è robusta, migliore del previsto. Abbiamo rischi al ribasso legati a fattori globali e ai tassi di cambio ma questi rischi sono tuttavia ampiamente equilibrati", spiega il presidente della Bce, invitando però a restare con i piedi per terra perché "non possiamo ancora cantare vittoria".

 

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