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«Un retino, i pesci e i boschi: così rivedo me stessa»

INTERVISTA A: Angela Cioce
Parafrasando il grande fotografo francese Henri-Cartier Bresson, se «le fotografie possono raggiungere l'eternità attraverso un solo momento», ascoltare i ricordi della fotografa barese Angela Cioce è come ridare vita ai luoghi del passato, in una camera della propria mente tutt’altro che oscura. Sono almeno due i luoghi più importanti della sua memoria, ben distinti ma convergenti alla stessa latitudine dell’anima. 

«Il primo – racconta – è riferito al mare e alla zona di Savelletri. Sin da piccola, alla fine degli anni ’60, andavo con i miei genitori in un luogo misto a sabbia e scogli, ma erano quest’ultimi a rapirmi: in alcuni punti vi erano dei gradini quadrati scavati nella roccia che contenevano piccole pozze di acqua cristallina. Qui trovavo tantissimi “salipci” che prendevo con il retino, preso dall’attrezzatura da pesca di mio padre, un appassionato di pelose». 

E i pesci? «Con uno dei tipici bollentini di una volta (le classiche tavolette di sughero con la lenza arrotolata), presi la mia prima “bavosa”, com’è nota in gergo a Bari. Ma la mia era una pesca “buona”: liberavo subito ciò che prendevo e fu da allora che diventai una grande amante degli animali. Lo stesso facevo con i granchietti che pullulavano tra le rocce, ricchissime anche di cozze patelle. C’erano persino numerose pietre piene di datteri. Preferivo lo scoglio alla sabbia perché stimolava la mia curiosità di scoprire la natura e le forme di vita che la popolavano. Non lo sa nessuno, ma il mio sogno era fare il veterinario». 
Si restava lì tutta la giornata? «In quei casi c’era un rituale che si ripeteva sempre: le enormi ruote di focaccia da tagliare e dividere. A quello provvedevano le zie». 
Ogni tanto ripassa davanti a quei posti? «Sì, ma c’è un elemento che purtroppo non trovo più: l’intenso profumo delle alghe, quello che ti restava addosso per molte ore». 

La montagna? «Sembrerà strano, ma la preferivo al mare. A Cesuna, sull’Altopiano di Asiago, c’erano i miei nonni materni. Ero felice di andare in quei posti, godevo dell’attesa di rivedere la comitiva di amici e non ci si annoiava mai». 
Come si svolgevano le giornate sui monti? «Adoravo fare passeggiate immersa nella natura, ma anche andare alla scoperta dei paesini limitrofi. A cavallo tra gli anni ’60 e ’70 i tempi erano diversi: con gli amici si faceva spesso autostop per spostarsi da un posto all’a l t ro, senza alcun timore. Una volta si fermò un tizio con una Porsche: era Pietro Mennea». 
Anche i boschi erano luoghi di esplorazione? «Da mia nonna ho imparato a selezionare i funghi e si faceva a gara a chi ne trovava di più. Avevo un fiuto formidabile, sentivo il loro odore a molti metri di distanza. Un altro profumo inconfondibile era quello delle fragoline di bosco: quando le si calpestava era impossibile non captarne il forte aroma». 

Per questo ama fotografare gli alberi e la natura? «Sì, il bosco mi dà un senso di protezione, mi permette di entrare in silenzio indisturbata e di riconciliarmi con me stessa. È u n’oasi in cui la natura ha ancora il sopravvento sull’uomo».

di LIVIO COSTARELLA 

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