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Tra tragedie greche e i mitici juke-box, «non amo le vacanze»

INTERVISTA A: Alessandro Laterza
I libri sono sempre stati nella sua vita, fin da ragazzo. Una presenza gentile, discreta, un’oasi incontaminata ove immergersi nelle estati baresi, dopo mesi di studio fiorentino. Alessandro Latenza, classe 1958, editore e presidente di Confindustria Bari-Bat nonché della Commissione Cultura di Confindustria nazionale, riavvolge il nastro della memoria e ricorda: «Ho conseguito la laurea in Lettere a Firenze. Tornavo in Puglia nel periodo estivo e tendevo a non muovermi, a rimanere in città. Ne approfittavo per leggere testi che mi appassionavano, non necessariamente legati agli studi o perfettamente aderenti al mio percorso universitario. Erano scelte più che altro d’evasione o umorali. Ricordo che nell’estate dell’attentato a Bologna mi dedicai ai tragici greci, in traduzione e in lingua originale. È un passaggio che mi è rimasto impresso». 

Presidente, andiamo un po’ più indietro. Quali sono i suoi primi ricordi legati all’estate? «Sono esclusivamente ricordi di mare. Non ho mai frequentato la montagna; l’ho fatto solo in seguito, per le figlie. Nel corso dell’infanzia e della prima adolescenza ho trascorso le vacanze a Lido Silvana, una località balneare del Tarantino. Le giornate scorrevano in maniera comoda e lineare anche perché la mia generazione non ha conosciuto i ritmi forsennati di quella contemporanea». 

Come riempiva il tempo? «Con gli amici: bivaccavamo in spiaggia e giravamo per ville. La colonna sonora delle estati era scandita dai juke-box, un oggetto credo ormai archeologico, ma che forse conserva ancora un suo fascino. Se non ricordo male con 100 lire si potevano ascoltare tre canzoni. E poi naturalmente, c’erano le prime infatuazioni. Come ovvio si tentava di amoreggiare, con scarso successo peraltro (ride). Lo ripeto, i tempi erano diversi. E sono rimasti tali anche negli anni successivi». 

Anni che lei ha trascorso dove? «A Riva dei Tessali, erano gli ultimi anni del liceo. Qui lo scenario cambia leggermente, anche perché si trattava di un complesso chiuso ma grandicello. Era il periodo dei “grupponi”, dei primi motorini che iniziano a circolare nella comitiva consentendo una mobilità maggiore, delle scorribande nella piscina dell’hotel dove tentavamo costantemente di intrufolarci. Trascorrevamo le nostre giornate popolandole di cornetti, panzerotti e qualche timida bevuta. Tutto molto innocente, in realtà. Basti pensare che la mia generazione non ha mai avuto familiarità con la discoteca. E, poi, io personalmente, ho sempre avuto una mia idea delle vacanze». 

Quale? «Diciamo che non ne sono mai stato un fanatico. Ho sempre cercato il mare, ma ritengo che spesso le ferie finiscano per divenire una ulteriore incombenza, un passaggio impegnativo che si somma a quelli già presenti nel quotidiano invernale. È una convinzione che ho mantenuto nel tempo. Ecco perché, tornando indietro con la memoria, i miei ricordi positivi sono soprattutto legati - oltre che a musica, ragazze e libri - alla piacevolezza del mare e della spiaggia la mattina presto o nel tardo pomeriggio, lontano dalla calura e dall’affollamento degli orari centrali ».

di LEONARDO PETROCELLI 

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