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«Com’era bella Gallipoli nel silenzio del mare»

INTERVISTA A: Angela Buttiglione
di GIUSEPPE ALBAHARI 

È un’altra Gallipoli quella che ama Angela Buttiglione. È la città di qualche lustro addietro, già meta di tanti «forestieri» che si sentivano però ospiti ed agivano di conseguenza. A quel tempo le auto erano rarefatte ed il silenzio avvolgeva ogni cosa, quando, intorno alle ore 15, ritornava a casa della nonna, alla «Giudecca», dallo stabilimento balneare «Le cenate», attraversando il lungomare Marconi e scavalcando i muretti della linea ferrata, con il sole che picchiava sulla pelle. 
«Le cenate», al pari degli altri cambarini di legno realizzati su palafitte, non esistono più, ma hanno lasciato un ricordo indelebile in coloro che hanno avuto occasione di frequentarli, prima che gli Anni ’70 li cancellassero dalle architetture dei luoghi e forse anche delle memorie. Non per Angela Buttiglione. 

«Fino a 16 anni ho frequentato “Le cenate” - racconta - Arrivando si trovava una montagna di salvagente di sughero, se ne prendeva uno e via, subito in acqua, a trovare frutti di mare sotto le pietre e a fare gare di nuoto subacqueo a chi “faceva più pali” (ossia percorreva il tratto più lungo sotto le palafitte, ndr)». 

Dopo i 16 anni? «Il lido San Giovanni diventò obbligatorio quando mio padre acquistò un appartamento poco distante. Io ero abituata agli scogli e l’arenile non può dare la stessa soddisfazione, ma poi è stato utile per i figli, come lo è ora per Edoardo, il mio nipotino». 

E la sera? «Di norma a casa, quasi sempre sulla terrazza di 3-400 metri, insieme con la banda dei cugini, a guardare il cielo e il mare di un’infinita poesia. Ogni tanto una passeggiata sul corso Roma, qualche volta al cinema, che amavo ed amo, qualche altra a pescare, con mio zio Tommasino, catturando capitoni da una barca attraccata nel seno del Canneto. Dopo una giornata trascorsa al mare, non c’era tanta voglia di uscire, un’abitudine ad uscire poco che mi è rimasta. Non amo la folla, e di questa Gallipoli nemmeno la sporcizia». 

Insomma, rendeva difficile il compito ai corteggiatori. «Devo dire che ero distratta rispetto ai ragazzi che facevano la corte. Il Lido era un altro mondo, dove si era sorvegliati a vista dai genitori. Ero libera di muovermi quando era all’università, ma qui ero in gabbia, anche se devo dire che non mi dispiaceva». 

E l’incontro con suo marito, Massimo Pintozzi? «Avvenne al Lido e galeotto fu il giornale. Amavamo entrambi leggere, ce ne scambiammo uno, e così cominciò». 

Cambiò qualcosa nelle serate? «Nulla. Mio padre non gradiva le uscite serali». 

Quale ruolo giocavano Marina e Rocco in questo contesto? «Mia sorella era al seguito, mio fratello, invece, era molto poco presente, viaggiava molto». 

Quale era la colonna sonora delle sue estati? «Lo confesso, a differenza di tutti i miei, non ho mai amato la musica, il mio interesse è zero anche adesso». 

Un ricordo da condividere? «Il personaggio di “donna Teta” Franco alle Cenate. Era anziana, arrivava in auto con l’autista e tutti noi eravamo subito raggiunti dall’ordine perentorio di non disturbarla. Raggiunta la sua cabina, la numero 1, non usciva sulla terrazzina di cui disponeva, ma scendeva in acqua dalla scaletta interna. Era un personaggio mitico». 

Ha detto ciò che non ama. La Gallipoli che ama? «Amo moltissimo la sua luce, i colori, il mare, i pescatori». 

Una pausa, poi da buona gallipolina, aggiunge: «E amo il vento».

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