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«Che sogno la banda e i pasticciotti a Sant’Oronzo»

INTERVISTA A: Tito Schipa junior
L’immagine di una Lecce romantica nei ricordi d’estate di Tito Schipa Jr. tra viaggi interminabili in auto, bande musicali e palloni aerostatici che si libravano nel cielo d’agosto. In gioventù non è mai stato nel Salento per una «vera» vacanza il figlio dell’«Usignolo» d’Italia, cantautore, musicista e regista, ma solo per seguire suo papà assieme alla famiglia nei concerti per le feste di sant’Oronzo. Quanto basta però per lasciare impressa nel suo cuore i fotogrammi di una terra splendida. 

«Parliamo dei primi anni Cinquanta - racconta Tito jr. -. Partivamo dalla villa di campagna di Pasturana, in provincia di Alessandria, per dei viaggi indimenticabili. Ci si spostava, portandoci appresso tutta casa, con un 1400 blu scuro guidato da mia madre, che era l’autista di famiglia, e la prima tappa era a Genova dove c’era la famiglia di mamma. Poi si tirava fino a Roma dove si faceva pausa in un albergo per poi ripartire per Lecce. Luisa, la leggendaria tata di famiglia, soffriva la macchina, io anche e la cagnetta pure, per cui le lascio immaginare quante tappe... forzate». 

E una volta arrivati a Lecce? «Era come arrivare in paradiso. Mi ricordo ancora il vecchio cartello col nome della città con i catarifrangenti. Pensi che si faceva questa lunga traversata per restare a Lecce solo tre o quattro giorni, e lo abbiamo fatto per cinque anni circa. Le prime immagini di Lecce che ricordo sono quelle dei bambini che giocavano nudi dalla cintola in giù per le vie del centro storico». 

Dove alloggiavate? «All’hotel Risorgimento. Dagli anni Venti non c’è più stata più nessuna abitazione, perché dopo i primi successi papà si trasferì con la famiglia a Napoli». 

E le sere in città? «Si trascorrevamo passeggiando, in giro per il centro. Spesso si passeggiava con l’allora sindaco Oronzo Massari, tra stuoli di persone che ci seguivano, curiosi e fan. Tuttavia, papà non mi ha mai portato a vedere la casa natale e non so per quale motivo lo abbia fatto. Ho dovuto scoprirla io dopo». 

Ma il tempo di un tuffo al mare c’era, vero? «Certo. San Cataldo era la nostra marina, della quale ricordo, sebbene come fosse un sogno, la distesa di cabine. Ci sono tornato dopo tantissimi anni e credo che oggi sia la Fregene del Salento». 

Parliamo di piatti tipici… «Adoravo i pasticciotti, che compravamo dai bar di piazza Sant’Oronzo. Per me erano una grande novità. Mangiarli poi per le vie di Lecce avevano un altro gusto. Papà invece preferiva le fave con le cicorie, ne andava davvero matto». 

Com’era Lecce d’estate degli anni Cinquanta? «Mi è rimasta impressa l’immagine, durante le feste di sant’Oronzo, della banda che sfilava per le vie della città e che suonava sulla cassarmonica, lasciando incantato il pubblico. Papà era molto legato a quella di Squinzano. E poi i palloni aerostatici che si libravano nei cieli. Una magia tutta salentina che non si trova da nessuna altra parte al mondo».

C’è un aneddoto legato a quei soggiorni leccesi? «Uno su tutti: una volta papà cantava il Werther nell’anfiteatro romano e al momento del suicidio io mi buttai sul palco gridando “papàààà”. Dovettero portarmi via in lacrime e rassicurami Per molti anni il medico mi ha proibito di vedere quest’opera, che ora è una delle mie preferite». 

Quanto le piaceva quella Lecce? «Posso dire che ho apprezzato il gusto di questa città solo a trent’anni, quando sono tornato per un mio concerto, proprio all’anfiteatro. Quando rividi il cartello Lecce, mi vennero in mente tutti le sensazioni e le immagini di quei tempi, rivivendole e dando loro il gusto valore».

di GIUSEPPE PASCALI 

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