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«Quei primi amori nei giardini di re Gioacchino»

INTERVISTA A: Michele Damiani
Entri nel suo studio e ti ritrovi in un mondo fatto di pennelli, tele, profumi che si incrociano e colori che si inseguono, come se vivessero al di là della fissità apparente di un quadro. E in sottofondo l’immancabile musica classica, forse un’ispirazione o una carezza. È quella che il pittore Michele Damiani definirebbe «una via di fuga», in cui ricercare la riflessione e l’introspezione: un modo intimo di pensare la vita, fatto anche di nostalgie per un tempo che non c’è più, ma ancora vivo nella sua memoria. Come le estati vissute da bambino, nei primi Anni ’50, in una Bari del dopoguerra che riemergeva con orgoglio dalle macerie. 

«A quei tempi d’estate – spiega Damiani – uno dei luoghi più cari erano i cosiddetti “giardini di Re Gioacchino” (in riferimento a Murat e al borgo che porta il suo nome): erano quei cortili che si trovavano alle spalle di alcuni fabbricati costruiti nel primo ‘900 e in cui, soprattutto di sabato, si organizzavano delle piccole feste. Mio padre suonava la fisarmonica e diversi altri strumenti: si ballava, i giovani del quartiere si riunivano e la disposizione era rigorosamente con le ragazze tutte da una parte e i ragazzi dall’altra. Si socializzava, nascevano i primi amori. Erano fanciulle contraddistinte dalla purezza della povertà, dal decoro dell’innocenza». 

Di cosa profumavano quei cortili? «C’erano alberi di nespole, melegrane, limoni, mandarini. Le caratteristiche fritture di panzerotti. Nei pressi di dove abitavo c’era il “mercato americano” di via Calefati, dove si potevano acquistare capi di abbigliamento con pochi soldi: l’estate appariva diversa da quella di adesso, c’era un’anima popolare che aveva voglia di ricominciare con poco dal sorriso». 

Mare o montagna? «Sono un uomo d’acqua, il mare è per me un liquido amniotico: ho sempre adorato immergermi, nuotare in quel mondo incantato e anche pescare. I primi lidi baresi che ho frequentato erano Molo Pizzoli, ma anche una spiaggia bellissima che si chiamava “Le Petrodde” (sita vicino all’attuale zona di Marisabella): c’erano dei ciotoli arrotondati con colori straordinari e un’acqua limpidissima». 

Il suo primo contatto col mare? «Mio padre aveva una piccola barca che si chiamava “Norma”: un giorno prese un cappellino che amavo molto e lo buttò in acqua. Recuperarlo è stata una sorta di iniziazione». 

Quando poi ha cominciato a fare della pittura la sua professione, l’estate era un momento particolarmente prolifico? «Ho iniziato tra i 16 e i 17 anni e uno dei miei primi maestri è stato lo scultore barese Gaetano Stella, curiosamente maestro anche di mio padre. Negli Anni ’70, poi, cominciai a girare l’Italia con altri artisti: era la stagione del “muralismo” come documento sociale e creativo. Soprattutto nel Sud Italia, dove la luce del sole era divorante, si lavorava dalle 6 alle 8 di mattina per poi riprendere nel pomeriggio». 

L’estate rappresenta ancora una via di fuga? «I tempi sono cambiati, ma mi piace stare solo con le mie tele e i taccuini, in cui scrivo poesie, annotazioni, disegno e ci metto tutto ciò che mi viene in mente. Conservo gelosamente tutti questi calepini che riempio interamente, da quando avevo 25 anni: un brogliaccio di vita, un rifugio dell’anima».

di LIVIO COSTARELLA 

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