Domenica 21 Aprile 2019 | 12:56

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«C’era una volta lo scoglio Vendola a Giovinazzo»

INTERVISTA A: Nichi Vendola
In tredici tra adulti e bambini nella Fiat 1100 nera dello zio, da Terlizzi a Giovinazzo, camera d’aria che fungeva da salvagente compresa. A scattare l’istantanea in bianco e nero di un’estate di circa 45 anni fa, è Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia (nato a Bari il 26 agosto 1958), che ricorda le stagioni spensierate dell’infanzia come una vera e propria saga familiare. 
«Ci si riuniva tutti – racconta Vendola – i miei genitori, fratelli, zii e cugini e si partiva alla volta di Giovinazzo, dove raggiungevamo il cosiddetto “scoglio Vendola”. Nel cofano della 1100, le teglie di pasta al forno, risultato di vere e proprie gare gastronomiche tra mia madre e le mie zie, e le “scanate”, forme di pane di due chili, che si acquistavano la mattina all’alba, nel forno di Terlizzi». 

Presidente Vendola, quindi lei ha incontrato il mare sin da bambino? «Sì, ho sempre amato il mare e quand’ero piccolo le estati erano infinite, si andava al mare da metà maggio a metà ottobre. Eravamo nel pieno del boom economico, a metà degli anni Sessanta, e si faceva strada la società consumistica, ma l’estate aveva ancora il profumo dello iodio e della salsedine del nostro Adriatico, che ci rimaneva impresso sulla pelle, misto a quelli del pomodoro e dell’origano che ricoprivano la pasta al forno. Al mare poi ci si conosceva tutti, lo “scoglio Vendola”, a Giovinazzo, era accanto a quella che si chiamava “la trincea” e lì vicino c’era anche un microscopico fortino dove noi bambini nascondevamo i nostri tesori, che erano conchiglie e piccoli pesci, per noi valori davvero inestimabili». 

Al pomeriggio, invece, la famiglia Vendola si trasferiva in campagna. «Era un rimbalzo continuo tra il mare, di giorno, e la campagna, che ci accoglieva sul far della sera, per la spigolatura delle mandorle. Dopo che i contadini avevano completato il raccolto, noi tutti raccoglievamo le mandorle rimaste per terra o sugli alberi, riuscivamo a raccoglierne anche 20-30 chili, mentre gli adulti raccontavano storie che noi bambini non ci stancavamo mai di ascoltare. Quelle mandorle poi servivano per preparare i tradizionali dolcetti natalizi». 

Crescendo, che significato hanno assunto le sue estati? «Quando sono diventato più grande, l’estate è stata la scoperta del sud del mondo, in Africa e in America Latina. Sono passato dalla vicenda epica di questo nucleo familiare che si spostava in massa per le vacanze estive, all’esodo verso una famiglia più allargata che era appunto il mondo. È proprio durante le estati dell’adolescenza che è iniziato il mio innamoramento nei confronti di popoli sconosciuti, viaggiando tra le città imperiali marocchine o i villaggi a sud della Tunisia o ancora attraversando le tempeste di sabbia nel cuore del Sahara». 

Presidente, se dovesse racchiudere l’immagine dell’estate in una sola frase? «L’estate rappresenta la dimensione della scoperta, sia da piccoli che da grandi, quando la metafora del viaggio diventa anche uno dei modi di educarsi sentimentalmente alla politica, per me è stato così».

di MARIA GRAZIA RONGO  

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