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La «grattata» bevuta a Bari vecchia

INTERVISTA A: Rino Marrone
Rino Marrone e Nino RotaUna vita dedicata alla musica, spesso anche d’estate: i corsi nelle accademie estive, gli stage con le più importanti bacchette del momento ed anche un tuffo in una realtà diversa da quella familiare e cittadina. Ma Rino Marrone, direttore d’orchestra dal 1992 del Collegium Musicum, docente di direzione d’orchestra al Conservatorio «Piccinni» di Bari (e in passato direttore musicale del Festival della Valle d’Itria e dal 1981 al 1992 direttore artistico-stabile dell’Orchestra sinfonica della Provincia), ricorda, come se fosse ieri, alcune istantanee delle sue estati da ragazzino, in una città che per la maggior parte dei suoi abitanti significava mare. Momenti, quelli estivi, che tenevano molto unita la numerosa famiglia del maestro Marrone: lui era il più piccolo di 7 figli di Donato Marrone, organista, anima musicale e intellettuale di Bari e figura importantissima dell’Accademia Polifonica Barese «Biagio Grimaldi», fondata nel 1926. 

«Mio padre non poteva che fare sette figli, quante sono le note musicali – scherza Rino Marrone – ed io, da buon ultimo, ero il “si”». 

Chissà quante volte ha ascoltato suo padre e la Polifonica nei concerti estivi degli Anni ‘60. «Già, ma poi seguiva un appuntamento irrinunciabile, quello con il Caffè Pasticceria Stoppani, che allora si trovava all’angolo tra Via Sparano e Corso Vittorio Emanuele. Cenacolo artistico, filosofico e politico della città: Biagio Grimaldi e mio padre, infatti, erano molto conosciuti. D’estate ci si sedeva all’esterno e gustavo sempre la famosa granita di caffè con panna e brioche». 

E quando voleva dissetarsi? «Non lontano da lì (prima di entrare in Piazza Chiurlia) c’era molto spesso un chiosco che preparava la famosa “grattata”, oggi quasi scomparsa. Se ci ripenso, ho il sospetto che la bevanda non fosse proprio in regola con tutte le norme igieniche, ma anche quella era una presenza fissa in estate». 

Il mare l’attraeva? «Non tanto, anche se la spiaggia frequentata dalla mia famiglia era la storica San Francesco. Preferivo fare altro». 

Ad esempio? «Leggevo moltissimo: tra i primi romanzi quelli di Pratolini, Pasolini e Moravia. E avevo una grande passione per il teatro di prosa. Ricordo che nel tardo pomeriggio, mentre leggevo, ascoltavo il rumore degli zoccoli ai piedi di chi rientrava dal mare. È un “suono” che mi ha accompagnato per molto tempo». 

Dove abitava all’epoca? «In via Sagarriga, ad angolo con via Putignani. Nel palazzo di fronte abitava la mia insegnante di italiano, Clelia Buono, nonna del magistrato e scrittore Gianrico Carofiglio. Il marito della signora Clelia, un importante giudice di Bari, arrivò in finale a Lascia o raddoppia, ma non vinse i 5 milioni di lire. Non aveva portato con sé nessun “esperto” (nel regolamento c’era questa possibilità) e, molti, in città, gli avevano consigliato di portare mio padre». 

Come si svolgeva l’estate «musicale», negli Anni ’60, a Bari? «Rammento con grande affetto i saggi finali del Conservatorio “Piccinni”: si svolgevano all’aperto e l’allora direttore Nino Rota ci teneva moltissimo, presenziando sempre e incoraggiando chi, come me, cercava di fare della musica la propria vita».
 
di LIVIO COSTARELLA

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