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di ALBERTO SELVAGGI

Iforestieri, ovvero «l’ scìm’», non sanno che non è l’estate, bensì l’inverno, con apoteosi Natale, il periodo più ricco di frutti di mare. Nostre ghiandole pineali salmastre, Terzo Occhio che a Bari ti schiude lo schermo del Nirvana. Il molle nel duro che Nettuno coltiva per noi benedetti, abitudine che si fa virtù nel vizio denotativo del popolo veneratore del santo abbronzato e con tre palle simili a noci reali giganti. Periodare orgasmico.

Nell’incavo genitale di due valve s’innesta e infuria la rabbia popolare, l’eco del vernacolo, soprattutto barivecchiano, cioè della vera patria. E difatti non sono i mestatori dell’alta società, bensì gli strati sociali più bassi i maggiori acquirenti delle delizie dei fondali.

Nessuno ci batte in questo, ragazzi, semigiovani, vegliardi. Nessuno per Terra e per Mare può permettersi di levare l’indice abbozzando: «Sì, ma anche da noi si mangiamo a volte i molluschi crudi…». Neppure i russi sbarcati, nostri fratelli in Santa Claus dei frutti di mare, che vedi dal primo mattino alla Lanza a strafocare ricci e cozze pelose con vodka e grappa, preti ortodossi al fianco. Perché se Bari è Bbàre, e lo resterà, lo dobbiamo soprattutto a queste leccornie che ci hanno formati, temprati nei virus epatici. E se tu, sì, proprio tu credi nel Dio che ci ha creato, spalanca al cielo la bocca impestata di echinodermi, cefalopodi e bivalvi, e ringrazialo per tutto questo, e ringrazia pure i pescatori di frodo (bravi!, grazie ragazzi!), dato che non c’è barese (confessate, confessate, confessate!) che non si sia dissanguato sul mercato clandestino dei datteri scavatori a 40-60 euro al chilo, o d’altro. E prega di avere un Santo di Myra Babbo Natale dei frutti di mare, che porta una benedizione alla Sua Città che non è un gesto di mano trinitario ma una cesta di vongole e ostriche schiumanti.

Perché Santo Nicola di tutte le valve, con il freddo, più che mai, ti porta piaceri freschi a puntino e ben conservati. La tua droga salubre. A Natale, con la tredicesima, ti dà occasione di evitare i debiti che si contraggano per i preferiti dal palato.

Il vero cultore, quello che sorchia con sapienza in piedi, ben saldo, e con colpo secco di morso slinguato, immerge la volontà orgiastica nei territori meno frequentati: i musci, o mussoli, coriacei, ostinatamente appresi alle valve ma sprigionanti un aroma saturo paragonabile allo speed-ball (eroina più cocaina iniettate). Tra i pochi streganti anche quando spadellati. I taratuffi insidiati dai ragni subacquei, il cui cuore fenico sezionato ha la consistenza e il lucore di mucose femminili deflorate, a patto che si possa attribuire bellezza alla vagina, ancorché di mare. Le canestrelle, nipotine delle capesante, dal vano lenticolare dolcesalso, con un che di conventuale nel rosaceo.

Tutti, tuttavia, anche quando non aristocratici, fanno la faccia brutta quando martirizzano i gangli con dentatura sana o sghignata: siano cefali con panza peronica (da Peroni), siano ragazze fifì che la danno soltanto ai rampolli epilati. Una espressione che sta tra lo scorfano in combattimento e la bavosa vecchia nello spasmo rabbioso dell’ultimo esalo all’amo.

C’è una grande sessualità gastrica nella cozza impellicciata (pelosa). Nella nera importata da Trieste o Taranto. Fuori stagione, denutrita, ma per principio capofila della processione di San Nicola dei frutti di mare. C’è sorpresa («nàh!») per le puntatine delle ostriche reali gallipoline, che divoriamo con doppio piacere avendole soffiate ai leccesi trimonazzi.

La noce rossa e il cannolicchio insabbiato contano detrattori fra i restii al contatto con lingue viscide evidenziate, nel colore o nello spazio. Tutti invece si inginocchiano davanti all’apparizione sepolcrale dei datteri, evocatori del bel tempo andato. E ripudiando la cozza datterina, figlia illegittima d’Irlanda, cavillando sull’ambiguità dei fasolari, sulla purità dei coccioli espurgati, li maneggiano con dedizione materna per il loro essere fragili. Ermafroditi, bisessuali come tutti i loro familiari.

cirriIl leggendario Polpista esamina i frutti di mare in pescheria [foto Luca Turi]

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