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Tutti i passi finiscono ai piedi della Torre di S. Vito (Polignano)

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di ALBERTO SELVAGGI

BARI - Si creano talvolta condizioni atmosferiche di rarefazione che aprono agli occhi ed all’animo certe costruzioni costiere nell’essenza dei loro elementi, fantasie che si fanno scienza, certezze che sono ipotesi, volontà che diventano spazio, e così si è rivelata alla nostra veggenza la Torre Saracena di San Vito, villaggio di Polignano.

Sta seduta sul mare d’inverno nello splendido vento freddo che fa male, sopra quel grigio filosofale d’acqua arrabbiata che può mutarsi in odio quando carica con corna di spuma per travolgerci sulla spiaggia. Guarda passare i passanti esistenziali, punti interrogativi in una landa perduta, solitamente distratti, inutili, che a loro volta la guardano a stento.

Tre giorni fa si è riempita tutta di terrore, terrore che grondava e si dilatava in aloni sulla parete Nordovest, sotto una luna così scura che sembrava stesse tramontando tra nubi infeconde che annegavano nella sua luce.

La Torre è composta di quattro fronti. Uno guarda l’infinità. L’altro volge le spalle all’Abbazia benedettina sul porticciolo e alla sua religione dimenticata. Il terzo è l’Est del Sole. Il quarto, se esiste, è la morte. L’erba verde s’agglomera alla sua base e risale in viluppi. Sul versante monte si nota un canaletto scavato dal peso di una coda di drago. Attorno si disgregano la sabbia e i ciottoli. E sotto al suo mento sospeso su sommità innaturali di torri si sviluppa l’enigma delle vestigia a scacchi delle cave marine di mattoni di tufo. Dietro, là infossata tra i rigurgiti d’acqua, la peschiera, sfarinata dal tempo come tutte le cose. Ma soprattutto, di acchito arrivando dalla stradina sulla prima insenatura, si nota ai suoi piedi una lastra con aperture a distanza regolare fatte per ospitare talpe fossili. Accanto, percorso da sussurri d’onda, un masso incavato con schienale e poggiatesta tinti nerofumo.

E proprio su questo letto un giovane alto magro bruno e dalla barba rada masticava, sdraiato nell’ombra, tra le gengive e il labbro una smorfia, e lasciava filtrare, come tutti i passeggeri di questo posto, l’anima giù attraverso la schiena, che spandeva sulla pietra, mentre i pensieri si involavano tra gli strazi di vento nelle nubi incombenti di immaginazione.

I turisti, gli stranieri che non servono a molto e non sanno nulla, non immaginano quanti, da tre decenni o più, fluiscano qui in cerca di rifugio. Ma soprattutto non capiscono quello che, attraverso il reticolo illusorio della realtà, traspare ai predestinati. E cioè che dove sostano i monaci disfatti dell’esistenza, qui dove spesso rimangono o ritornano per tutta la vita, al cippo della Torre Saracena sul quale il terrore del mondo è vernice di luna, si fermano i passi della vita; tutto finisce, e le impronte del passato si imprimono inabissandosi nell’arena grezza, o si disperdono in cielo, o nel mare, più spesso, che se le porta all’orizzonte dove tutto ricomincia.

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