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di ALBERTO SELVAGGI

Il sole s’abbrunisce e una sfera aerostatica tira innanzi assecondando il passo lento di due piedi protetti da ciabatte decrepite. Quella circonferenza è un ventre, sopra il ventre ci sono un cuore e un petto, nel punto più alto la testa, perché così è fatto l’uomo e come gli uomini perfino Titino, figura mitica quanto il Mahatma dell’India, massima espressione del saper vivere.

Non è passato molto tempo, ma quanto leggete qui vale per sempre: nel giardino della sua villa in provincia di Bari riposano tubi di gomma rappezzati con scotch rinsecchito, pezzi di tavolini rimessi insieme. E al suo passaggio, sottoterra, si dimenano i fantasmi di Socrate e Aristippo, Epicuro e Aristotele, Valla ed Helvetius, Kant, Freud, Marcuse, Deleuze. Vorrebbero stringergli il collo con le dieci dita e affondare i fetenti canini: eppure stanno lì, annichiliti. Possibile che fior di filosofi vengano spazzati via da un ex capozona della Palmolive? Possibile che il rimuginare ossessivo di tali cervelli precipiti ai piedi di un baresissimo buon senso antico?

Eppure, Costantino Macina, detto «Titino», classe ‘24, è là, vivente, pur se oggi provato dagli anni, per ribadirlo. Immoto, filone e bugiardissimo, paraculo temibile, irridente con 32 perle che, quand’erano fresche, facevano impazzire schiere di pulzelle che gestiva come un domatore di circo.

È mattina e Titino si desta. Degusta la colazione preparata dalla moglie Maria tenuta sotto sferza, rumoreggia sicuramente, scende strascicando le piante nel campetto che è la sua delizia. Cosa sono quei pezzi di ferro raccattati nella discarica vicina? «Roba che oggi non serve e domani potrebbe servire». Cos’è quella scala pericolante mantenuta da legacci muffiti? «Un attrezzo che è peccato a buttare». «Rimmatiere», no global ante litteram.

Sono le 13 e Titino pasteggia godendo il godibile: vinello, bragiuole, pasta, sughetti, cascate di ricci. C’è un ospite incauto a tavola: «Hai mangiato, hai bevuto? – gli dice lasciando che tremi -. Mo però devi lavorare: vai abbasso in giardino, piegati e strappa piano piano le erbacce: zuc zuc, zuc e zuc!». E colui, esterrefatto, esegue tapino.

Poscia, serafico e appesantito, Titino si reca ai sonni serrando persiane e scaraventando il ventre nel russamento per tre ore buone sul letto.

Nessuno dei due figli conosce il patrimonio accumulato dall’ex campione degli shampoo alla mela verde e delle creme viso. Ma il secondogenito dal naso di cornacchia è in grado di dare un’idea del suo attaccamento al soldo e financo al soldino: «Se mi trovasse morto in una scarpata, direbbe: peccato a Frangi’ (Francesco, ndr). Mah, datemi una mano a togliergli le scarpe e i pantaloni, sembrano ancora in buone condizioni. È inutile aggiungere al dispiacere paterno lo spreco».

È sera e la luna getta via le coperte. Una giovane donna, Teresa, s’appressa per chiedere al Mahatma consiglio: «Mio marito mi tradisce, con lui voglio farla finita, non sono abituata a ‘ste cose nella mia famiglia». Titino ascolta imperturbabile nella sua camicia dell’85, sottratta alla pattumiera della dimora del figlio, assiso su un muretto della villa con pantalonciotti che nel ’91 furono all’ultimo grido, quanto le scarpette contraffatte «Timberband», oggi giallognole, color nocciola in origine. Poscia, succhiandosi i denti dopo la cena come insegnano nei college di Oxford e di Cambridge, sentenzia in un barese italianizzato tanto da suonare inglese: «Cara Terèisa: a divorziare è un inferno. Paradiso sulla terra non esiste. Allora, tieniti il purgatorio. Tieniti il purgatorio, senti a me».

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