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di ALBERTO SELVAGGI

L’ecosistema è sconvolto. Le zanzare ronzano e di notte pungono durante l’inverno informe. I rettili lasciano i rifugi senza far differenze tra novembre e giugno. Per cui non dobbiamo meravigliarci se a Bari, nel centro, culla dei negozi sopravvissuti, un gattino sia spuntato dal sottosuolo attraverso una grata Eaap perché si credeva una zoccola.

Il racconto. Alle 8.30 di martedì scorso il portiere Giovanni Colaianni, marchiato di simbologia interista, compresa cintura, arriva dal Quartiere (‘o Cep) a bordo del suo Scarabeo per prendere servizio nel gabbiotto di via Dante 25, come ogni giorno. In quel tratto di strada, a ridosso di via Melo, un felino nel luglio 2010 mandò in tilt il traffico perché si murò in un motore d’automobile, nella fine febbraio scorso s’aprì il giallo del delitto di un geco sotto l’acquazzone. Ma convivere con un mondo al rovescio è un’altra questione: «Miao miao». Che? «Miao miao…». Colaianni ode gnaulii dalla caditoia di raccolta delle acque sulla strada accanto al portone. Mena l’occhietto di volpe e scorge un gattino bigio sepolto vivo che dimena gli artigli attraverso le feritoie della grata di ghisa. Giunge una signora: «Madonna!». Il felide ci è forse finito infilandosi nella bocca di lupo (apertura lungo il cordolo del marciapiede) sul lato opposto, dalle quali solitamente i ratti fanno cucù, e percorrendo tubazioni fino al pozzetto sotto l’apertura.

Uno, due, tre, trenta curiosi. Giovanni: «Chiamiamo i rinforzi». Ecco i pompieri, i volonterosi dell’Acquedotto. Area transennata, strisce biancorosse: «Signora, di qui non si passa, salvataggio in corso». Il micino, due o tre mesi, a occhio, dilegua atterrito nel buio di fogna mentre si dà giù di scalpello per sradicare dall’asfalto la copertura. Scoperchiata la tomba, si posano latte, teste di pesce, leccornie di gattare nel vano raccolta per spingere l’animale a risbucare dal tubo. Ma dea Bastet, della quale i gatti in Egitto erano visioni, non è più: «Si è persa nel labirinto» «È morto».

Invece no. Alle 13 del giorno seguente Giovanni mentre getta carta nel bidone ascolta miagolii d’oltretomba. Alle 16.30 anche i vigili urbani si catapultano nell’apertura. Folla, spintoni. Arriva Mario De Giglio (Lav), ore 17,30, acchiappagatti con 52 salvati già in adozione, abbandona, ritorna, dalle 22 alle 24 si scruta con la videocamera a led il percorso del mondo di sotto. Mancano la Nasa, i robot e le Teste di cuoio. Con i cellulari la gente attiva richiami sonori alla voce «Gatti piccoli piccoli» su Youtube. Il roditore-felino sbuca un istante, «prendilo!», col cavolo, fugge. «Dategli un topo vivo!» «Bloccatelo con la colla Attak» «Quello vuole la mortadella» «Lo avete traumatizzato!» «Sì, chiama lo psicologo» «Fosse stato un bambino non c’era ‘sta folla».

Il giovedì alle 7 il salvagatti torna sul posto. Alle 8.30 il portiere armeggia finanche un manufatto per tappare, dopo l’eventuale sortita, il buco di fuga. «È stramorto, smettetela!». Macché, micio-topo riappare, arruffato, mangiucchia tonno con far dissepolto ma si rintana proprio mentre Mario quasi lo afferra per la collottola, come una testuggine baffuta: «Nooo!» esclama il capannello gattofilo. Ore 17.20, sgraffigna anche un wurstel: dell’allarme carni lavorate dell’Oms non sa nulla.

Venerdì, altre apparizioni, pallina di stagnola legata a uno spago per attirarlo col gioco. Finché ieri, dopo un appostamento di ore, alle 17.40 Mario «Numero uno» lo afferra urlante e imbizzito grazie a uno specchio e a un tocco di provolone.

E così finisce la storia del gattino che si credeva una zoccola.

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