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Due panchine su cui siede la divinità

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di ALBERTO SELVAGGI

Due panchine. All’ingresso della chiesa di San Marcello, struttura moderna dalle cancellate arcobaleno disobbediente, piantata lungo via Fanelli su un largo nodale di Bari, Franco Ricci, missionario morto nel ’92. Con attorno palazzi, il Campus, le solite cose. Sono panchine che parlano. Perché anche le cose possono avere parola. E queste sequenze ordinate di assi di legno d’alta montagna e ferro mortuario ce l’hanno. Tu passi. E ti parlano. Passi e, se vuoi, ti guardano. Con un cartello con sopra scritto «Capolinea» di fianco.

Sedendoti qui capisci che siamo al mondo per un po’, per poi andare via cercando di capirci qualcosa nel frattanto. Che nessuna preghiera ha un motivo e tutte hanno le loro ragioni. Sono panchine che aspettano. Tutte le panchine aspettano qualcosa. Questo devi tenerlo presente come condizione generale, sia tu un ragazzo che abita da quelle parti, sia tu una donna incinta non desiderosa di maternità, sia tu una donna che ha abortito e ha pianto una volta quand’era ragazza, sia tu un vecchio che sta morendo, lasciando i suoi passi con sguardo stralunato, e guarda le ere che se ne sono andate, ere, ragazzo mio, che sono i nostri anni.

Ecco, quelle panchine ti aspettano. Alle loro spalle ce ne sono nove altre, di pietra, più strette, più basse. Una statua di Cristo con al collo rosari. Una grande parete grigia con ai piedi le scale. Dietro il cemento, attraverso il portale, un crocifisso ligneo, due in bassorilievo e quello centrale fatto per venire guardato. Per chiamare qualcuno, ogni tanto, o venire attraversato da sguardi della consistenza dell’aria. Questo avviene nella maggioranza dei casi. Così che si può dire che un crocifisso è una panchina e una panchina è l’avamposto del corpo cristiano. Dell’uomo, origine d’uomini, chiamato l’Unto mentre sognava.

Bastano questi pochi elementi, gettati lì da un’impressione vagante che è caso, per capire che le due panchine di cui parliamo, così ferme, immote come le cose che vengono ben fissate dalla volontà furente che ci mette il Creato, sono importanti. Anche se non le guardi. Anche se non ti importa di questo delirio, del divagare nel mondo delle cose che ci abitano, nel non vitale, nel gelido d’inverno che attraverso il metallo diventa caldo in estate, sappi che ci sono quelle panchine di San Marcello che ti guardano mentre attraversi illuminandoti del verde e dei gialli dei semafori. Che si fanno i loro conti e nel conto includono sempre il prezzo più grande, che è quello dell’immensità. Vedi? Ci siamo arrivati. Io e te. Sì, tu attraverso le mie mani.

Quelle panchine, che sono panchine beate, sono il divario dell’incommensurabile. Lo spazio di una religione tutta tua che ti accoglie e ti si apre davanti. Sono seggiovie ferme per la dimensione futura che è la dimensione passata. Puoi chiamare il prete, che è un bravissimo prete nel senso che crede in quello che fa, e farlo sedere lì al tuo fianco, a destra o a sinistra, magari bendato. O se ti gira, accidenti, puoi pure pregare. Senza chiamare nessuno cercando la voce della tua anima.

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