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Il gatto morto (e il vivo) sullo scoglio dell'Eremita

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di ALBERTO SELVAGGI

Ero in un luogo di suggestioni metafisiche che fanno il paio con la roccia, con il cielo, con l’acqua e con il vento, quando ho visto quel gatto che non respirava. A 70 passi c’era un mare di greco insidiato a ponente che gorgogliava. E questo luogo selvaggio come la brughiera d’Irlanda, e che si chiama Eremita per la croce sullo Scoglio che dal mare lo guarda, a sud di Polignano sul Mare, è certamente accogliente per assassinare. Nessuna traccia. Nessun segno di lotta sulla smorfia esterrefatta. E c’era un’aria così innocente. Spirava il vento meraviglioso della solitudine, la solitudine che spazza via le anime. Nessuno davanti agli occhi, nessuno alle spalle, né una voce dei due, tre, quattro pescatori rimasti. E in questa filosofia, migliore di una accademia platonica, proprio all’uscita del parcheggio di pietra che dà sulla scogliera attraverso uno squarcio, sulle case che si inabissano in Cala Sala detta Portalga o Portacola verso i gozzi rossoverde martire, stavano un gatto e la sua morte.

Mai vista cosa più orrida e traumatica. Perdeva dalle due aperture che connettono le viscere con il mondo i succhi che la vita in corpo gli aveva elaborato. Rosso dalla bocca, ocra dall’ano. Che ancora palpitava, o quasi. E io fissavo questa meraviglia della crudeltà. Difatti, non appena un refolo col panno di una nuvola ha oscurato ulteriormente il sole, davanti agli usci sigillati delle casette ho visto il gatto, gatto intendendo, l’altro. Rossiccio, tigrato, non grasso, che sovrastava il sacrificato dal muretto a secco che cinge l’area auto con l’indifferenza che hanno i felidi a morte consumata. Una morte che natura, niente più che natura aveva dato. Morte che non fa differenza con la vita.
Allora, lì, fra gli elementi nudi del creato, voi che cosa avreste pensato? Quello che ho pensato: è stato lui, il gatto di rame che mi fissava senza sentimenti attraverso fessure d’occhi verdi congelati, ad ammazzare il fratello imbiancato. Un quadro chiaro. Ma non oltre ogni ragionevole dubbio. Eravamo soli nella nullità. Io, un morto, un omicida presunto e la morte. Raffaele non poteva essere stato: era l’ultimo, prima di me, ad essersene andato.

Lungo le falde bianche e rosate, fino a un’ora prima eravamo in quattro: il suddetto artista di Polignano sul Mare, disteso a prendere il sole che non c’era a bordo di un lettino, io, intento a scansare i non-raggi, un uomo con una maschera da assicuratore in faccia, senza più giacca e cravatta, e un pescatore giovane dal volto regolare, svanito forse dopo che una raffica l’aveva scaraventato sull’Isolotto dell’Eremita e poi tra i flutti brutali come gambe di elefanti bianchi. Con me era rimasta soltanto una benedizione che chiamiamo solitudine. Che talvolta può diventare inquietudine, anche. Perciò, con il rebus in testa su cui cavillare, mi sono rimesso in macchina, macchina nera lucente come un drappo di bara. Pronto a lasciare quel luogo di emozione.

Eppure no: ecco, la prima fermata. Un altro micio è comparso e mi ha guardato interrogandomi, bianconero pezzato, davanti al cancello 167, pochi metri dal fatto di sangue, e poi mi ha dato le spalle, se i felini le hanno. Accensione. Nessuna sgasata. E altro stop immediato: perché giù, dalla discesa della casa attigua a quella del secondo sospettato, ciondolavano altri due gatti, come disarticolati, con fare sazio. Si riparte, allora, mentre sequenze spietate affollavano il mio immaginario: esecuzione di gruppo, specie contro stessa specie, i leoni lo fanno, parenti di questi animali. Li ho fotografati, tutti quanti. Schedati. Seguiti, senza interrogarli. E lo stesso ho fatto su un trullo con l’ennesimo indiziato. Anzi, ci ho quasi giocato, perché da un po’ adoro queste bestiole che per una vita ho temuto e odiato. E lui sorrideva, soggetto strano, sembrava ubriaco, quando io non avevo ancora bevuto, dato l’orario, le 17.10, il primo sorso di Biere du Demon. E allora, quando sono andato via, e andando via ho lasciato quel fluido colante, lo sgomento dell’ammazzato, quando ho detto addio a tutti quei gatti indagati, non condannati, quando davvero ho incominciato a chiedermi chi fosse il responsabile tra i responsabili, ho capito, d’un lampo: Dio è stato.

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