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Ecco l'Ultrascorza eroe del mare a costo zero

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ALBERTO SELVAGGI
BARI - Sei il tipo che vorrebbe vedere agonizzare i titolari dei lidi e chi confeziona costumi da bagno? Sogni di far finire sul lastrico b&b e industriali dei prodotti per le vacanze perché ogni weekend imprechi davanti al bancomat? Be’, c’è un tipo che ha molto da insegnarti: l’UltraScorza. Vendicatore del cittadino salassato. Uno che guarda la crisi e le sputa in faccia.

L’UltraScorza non è un parsimonioso che si porta in ufficio l’acqua da casa per risparmiare i 35 centesimi della macchinetta bibite taroccata. O un globe-trotters che percorre decine di chilometri in autostop tutti i giorni per andare al mare senza cavare di tasca un tallero. È puro, spietato tirchiume inumano.

L’UltraScorza procede a 70 Km/h senza curarsi dei clacson di quelli che impantana nel traffico. «Spesso sulla scia dei camion». Ligio, non risponde sul cellulare tarato sul nuovo programma wi-fi gratis universale dagli hacker: «Pericoloso, ho ovviamente gomme liscissime». Respira, sì, perché l’aria è gratis. E smaterializza qualunque desiderio sul nascere se non può scroccare.

Raggiunge la costa brada caricandosi in spalla asciugamani lerci e marmorizzati perché costa lavare. Poscia dedica 15 minuti al montaggio della spiaggina con gamba spezzata e spalliera sventrata, che ricostituisce con giri di telo bagno bucato come un Emmental. Nelle soste brevi l’UltraScorza rinuncia allo schienale, sta ben eretto fortificando gli addominali e la muscolatura perianale, sì da diradare le defecatio, causa di consumo di carta.

Calza scarpette lacere che odorano di bimbo nordafricano morto di cancro, suole ormai prive di battistrada. Indossa un costume ex amaranto d’un azzurroide denaturato, disintegrato dall’uso, dai cui squarci fanno cucù il gluteo e la bragiuola basculante, fra l’orrore dei bagnanti. E ama osservare altri rabbini che vagolano sulla costa in slip floreali sderetanati, o che reggono inspirando la maschera sulla faccia quando il cinturino che dovrebbe assicurarla al viso si è spezzato (provate, funziona, nulla di ciò che leggete è inventato).

No al panino dal salumaio: sì al pane affettato con companatico dall’ipermercato, «si risparmia». No al provolone o all’asiago, sì al formaggino che si spalma su superfici più ampie di pane arido. Meglio la pasta all’olio crudo, cotta e impacchettata in due piatti di plastica scippati ai genitori, rosolata al sole come una bella mappazza («può diventare croccante»), prima di inforchettarla con manotte nude di lemure mandando giù tra le fauci l’amido cementificato con orribile suono in pausa pranzo: «Glo-gloglòb». Nessun ritegno per i resti vegetali o animali, per i panini sbocconcellati e sbavati da altri, «grazie», «ah, grazie!». L’UltraScorza si è forgiato «nei peggiori campeggi della Sila» mica a caso. Così se al mare non sai dove buttare la busta di frattaglie, non trovando sputacchiere con su scritto «Indifferenziata», puoi lanciarla direttamente tra le sue zanne.

Sullo scoglio attende sfingeo il Polpista che scialacqua pasteggiando con molluschi e crostacei. Sgraffigna due tentacoli vorace. Ristà senza insistere, fatale, sì da pilotare il senso di colpa del babbeo dalle cui mani spiove anche il quarto boccone, immancabile. Poi dorme satollo per ore in posizione neandertaliana.

L’UltraScorza non conosce i prezzi delle triglie, degli allievi, dei centri massaggi e dei ristoranti. Si compiace delle escursioni invernali sulla Maiella, dove trascorre settimane bianche dormendo in macchina: «Tuta sci, piumini e riscaldamento alternato». Certo, per due volte il soccorso lo prelevò sommerso di neve a 2000 metri. Ma «da allora mi piazzo davanti agli alberghi, che hanno guardia medica, a 1600 metri massimo. Ogni tanto qualcuno bussa al finestrino: sta poco bene? E passa la nottata».

Simile agli uccelli parassiti dei grandi animali si incolla a coppie o a single benestanti sgrosciando pasti serali. Prima di lasciarli di stucco con il solito: «Beh, ho una festa a Rosa Marina». Suscitando inespressi: «Ma vattene aff… brutta UltraScorza del cavolo».

I più reattivi, per ritorsione, gettano fior di leccornie alle bavose piuttosto che offrirle all’eroe taccagno. Ma lui, ben conscio, se ne fa come inconscio contrastando l’ostilità con supponente malanimo, proseguendo dritto per la sua strada scorzosa. Finché, a fine giornata, virtù di feroce necessità, si assopisce digrignando sul fatto di non aver potuto far di meno, che nella sua testa suona come fare di più.

La rubrica va in ferie. Ci rivediamo dopo l’estate

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