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di ALBERTO SELVAGGI

Dico, quanti altri decenni ancora ti occorrevano per renderti conto che esiste il mare? Dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta. E sei là in panchina sul Lungomare Nazario Sauro e pensi che il blu smalto che ti si stende davanti sia una gran cosa. E pensi che il mare, perfino a Bari città, non è poi così ripugnante come quello che in Riviera o nel Lazio o in vasti tratti della Campania è schiumato di sabbia. Vedi? È davanti a te. Qui. Ed ora. E devi prenderlo. Dio te l’ha dato. E anche se Dio non esiste, è uguale. Ringrazia Dio che nella risacca ti sta ad ascoltare. Bari ha il mare. Devi tenerlo presente. È una città col mare, anche se divorato dai cannibali che se lo mangiano.

E oggi, sì, proprio adesso, dentro questo splendido attimo si muove per te sotto un’atmosfera così rilassata. Già questa è divinità. E così, dopo decenni, dimmi, quanti?, dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta?, ti rendi conto che avevano ragion d’essere le frasi che ascoltavi da bambino, o da ragazzo, da adulto magari, pronunciate dai passanti, dalle ragazze, dagli anziani: che giornata splendida… Mi sto godendo quest’aria… Be’, se ti rendi conto di questo, di ciò che non è più sogno isterico ma realtà, errante e fallace, prendi il momento in te, visto che questo momento ti sta ingravidando.

E dimmi se San Francesco, che la maggioranza considera mica a torto il più bello e il più grande fra i santi, non avrebbe scritto, nel suo prodigio letterario, «laudato si’, mi Signore, per frate mare», se soltanto lo avesse avuto davanti. So che cosa pensi, lo penso anch ’io: da un momento all’altro, fra i piedi distesi verso i frangiflutti, nel riquadro prospettico dei corrimano della balaustra, potrebbe saltar su un gran topo inzuppato. Se è per questo, mentre il sole digrada, alla tua sinistra compare un cane bastardo tenuto da un occhialuto al guinzaglio, s’inarca per ponzare, ossia defecare con difficoltà. E consideri pure che nessuno ha mai insegnato un minimo di pudicizia ai cani, la pratica sinistra di oscurarsi nel bagno alla verità, perché sei capace di elucubrare perfino su queste cose. E caso vuole che arriva anche un signore in bici con un setter inglese più bello di lui al laccio, pelato, abbronzato, con il sigaro erotico fra le labbra, e congetturi che trattasi di un benestante, di un tale che non ha un fico da fare, e magari è vero, e magari è falso, nel tuo perpetuo ruminare. E i cani – non ci voleva – in duetto lirico si mettono a latrare.

Ma, basta. So che lascerai correre tutto questo. In fondo vivi il miracolo terreno di essere rilassato. Tanto che dell’aggettivo scopri addirittura il significato. E so che vorresti avere gambe lunghe tanto da poterle poggiare alla ringhiera, azione che ti suona in testa come un semplice grazie. E osservi le tue scarpe da tennis, ne hai acquistate quattro uguali di diverse varianti di grigio, consumista fottuto come tanti da queste parti, e i pantaloni, e il lampione alla tua destra di un nero opaco mirabile, e ti rendi conto che da un po’ ti sei intrippato con il grigio, soprattutto col nero e il verde militare opachi, il che suona strano. Be’, sappi che non sei il solo: tutti pensano alle loro idiozie sulle panchine del Lungomare. Siamo qua per questo.

Vedi alla tua destra il ragazzo con scarpe rosse e maglia smeraldo? Sta pensando che dovrebbe telefonare alla fidanzata o al fidanzato ma non gli va. Gli dai torto? Ogni trenta secondi c’è un runner con la testa affollata di fisse e scempiaggini che passa: tac-tac. Una ragazza bruna e alta si avvicina, è bella, non ti ha riconosciuto, be’, meno male. E ristai, onde negli occhi: la Cattedrale, il Molo Sant’Antonio, le gru distanti, la circonferenza romantica del Barion a portata di ciglia, e pensi, e pensi, e se pensi stai scrivendo, dato che pensare e scrivere è uguale. Hai superato il Grande Albergo delle Nazioni, arrivando, hai colto al volo il sorriso fantastico del giovane in cilindro che all’ingresso accoglie i turisti con il panciotto scarlatto. Fantastico. Tutto fantastico. Hai bevuto un caffè nel Riviera perché la giornata è meravigliosa e perché non avevi niente da fare.

E così ti è risgorgata dopo tanti mesi tra le pieghe del cervello la frase di un tizio che aveva tradotto così un meccanismo mentale: soltanto chi vive può rilassarsi, chi non vive non è mai in compressione reale e non potrà mai rilassarsi. Ed è qui, pertanto, il mare, che è grande. Elemento fatto di onde che passano, che tornano per andarsene. È questo il miracolo, che è davanti ai nostri occhi, sempre, come tutti i miracoli che non vediamo. Ed è questa la grandiosa ovvietà che ci insegna, sotto frate Sole o sora Luna, il meraviglioso, amabile, immarcescibile, immortale – grazie Dio, namaste -, nostro fratello Mare.

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