punti di vista
La malattia «social» e l’assenza di limiti nell’ambiente digitale
Una giuria di Los Angeles ha stabilito che Meta e Google sono responsabili per aver contribuito, attraverso il design delle loro piattaforme, al danno lamentato da una giovane utente
Una giuria di Los Angeles ha stabilito che Meta e Google sono responsabili per aver contribuito, attraverso il design delle loro piattaforme, al danno lamentato da una giovane utente.
Il caso riguarda una ragazza che aveva iniziato a usare YouTube a 6 anni e Instagram a 9, sviluppando nel tempo ansia, depressione e disturbi dell’immagine corporea; il risarcimento deciso dalla giuria è di 6 milioni di dollari, di cui 4,2 a carico di Meta e 1,8 di Google. Entrambe le aziende hanno già annunciato ricorso.
La portata della decisione, però, non sta tanto nella cifra. Sta nel principio. La condanna non riguarda i contenuti, ma il modo in cui le piattaforme sono costruite: algoritmi di raccomandazione, notifiche continue, autoplay, scroll infinito. Non ciò che passa sullo schermo, ma ciò che ci tiene davanti allo schermo.
È qui il salto: la responsabilità si sposta dalla libertà di contenuto alla progettazione del sistema. È un passaggio che spiega perché molti parlino di un possibile «momento Big Tobacco» per le piattaforme digitali. Non perché i social siano il nuovo tabacco in senso semplice, ma perché, come per il fumo o il gioco d’azzardo, il nodo non è vietare un prodotto: è interrogarsi su un modello che utilizza meccanismi di ingaggio ripetitivo, soprattutto verso utenti vulnerabili. Serve però rigore. Il legame tra social media e salute mentale resta complesso e multifattoriale, e non esiste ancora un consenso pieno sulla «dipendenza da social» come categoria clinica.
Il giudizio giuridico appare oggi più avanzato del consenso scientifico. Ma proprio per questo è rilevante: non certifica una diagnosi, riconosce un effetto. Alcune architetture digitali possono favorire comportamenti compulsivi e aggravare fragilità reali. Sarebbe però un errore trasformare questa sentenza in un alibi collettivo. Dare ai social tutta la colpa del disagio contemporaneo, soprattutto tra i più giovani, rischia di assolvere troppo in fretta il resto.
Famiglie, adulti, scuola, contesti educativi, responsabilità individuali. Le piattaforme contano, ma non sostituiscono il mondo che sta loro intorno. La domanda, quindi, non è solo che cosa debbano fare Meta o Google. È anche che cosa siamo disposti a fare noi. Il vero effetto di questa vicenda potrebbe essere sistemico. Il processo di Los Angeles è stato trattato come un caso pilota e arriva dentro una massa di contenziosi molto più ampia: Meta ha segnalato di essere esposta a oltre 2.400 cause simili, e la decisione potrebbe incidere sul futuro legale ed economico dell’intero settore. Ed è qui che si apre il possibile risvolto italiano ed europeo.
Da soli, gli Stati nazionali sono troppo deboli rispetto a player globali di queste dimensioni. L’Italia può discutere, denunciare, intervenire. Ma la scala adeguata è quella europea. Non a caso il Digital Services Act già impone alle piattaforme molto grandi di valutare i rischi sistemici legati anche al design e al funzionamento dei loro servizi.
La direzione è tracciata: più trasparenza sugli algoritmi, più responsabilità sulla progettazione, maggiore tutela dei minori. La sentenza di Los Angeles, insomma, non chiude il dibattito: lo alza di livello. E ci obbliga a riconoscere una verità spesso rimossa: gli ambienti non sono neutrali. Vale per le città, per le scuole, per i luoghi di lavoro. Vale anche per il digitale.
Da anni accettiamo, giustamente, che gli ambienti fisici siano regolati per tutelare la salute: limiti all’inquinamento, norme sul rumore, vincoli urbanistici che impediscono di costruire vicino a fonti nocive. Non è una limitazione della libertà, ma una condizione per renderla sostenibile. Eppure, negli ambienti digitali dove ormai trascorriamo una quota crescente della nostra vita questo principio è ancora debole, quando non assente. Se iniziamo a prenderlo sul serio, allora il punto non sarà più solo regolare le piattaforme, ma chiederci che tipo di ambienti vogliamo costruire. Ambienti che catturano attenzione o che generano benessere. Ambienti che amplificano fragilità o che producono salute. Perché oggi si può stare male anche dentro uno schermo.