punti di vista
Scrittrici e guerra, la forza di rinascere sempre nell’amore
Sono loro, le donne che languono tra strade colpite, tra mura diroccate, e vi si agirano alla svelta, leste, alla ricerca della vita da testimoniare ancora, da dichiarare, insonni pur di amare, a farci rinascere, a farci sperare
Cosa accomuna, oltre all’essere donna, Edith Stein a Simone Weil? O Hannah Arendt a Etty Hillesum? Nelly Sachs ad Adrienne von Speyr? Ada Gentile a Carla Magnan? O Liana Millu a Franca Viola, a Ruth Pakaluk… a Montse Grases, a Encarnita Ortega?
Proprio la scoperta di una grandezza, un carisma del tutto femminile, di donne che hanno tirato via il velo dell’esistenza, lo hanno svolto e messo a lato. Sono donne che hanno smascherate le menzogne, e testimoniata la vita come un incontro in cui si coniugano amore e sacrificio, conoscenza di un mistero e ricordo di una vocazione alla fedeltà, quella fedeltà che ci permette di continuare ad amare, di ricominciare a nascere e a vivere nonostante le lotte dei poteri, vivere fra le macerie dei focolari distrutti, delle età spezzate ad ogni ora, ogni giorno…, fedeltà che si fa guida nell’esperienza del dolore davanti alla storia, la storia del presente: questa è la grandezza di quelle donne e di molte altre, donne che ora dovranno nuovamente ricominciare a credere per poter sperare, seguitando ad amare la loro vita e quella degli altri.
La comprensione di ciò che accade, peraltro, tra scontro di potenze ed egemonia della guerra, in Iran e in tutto il Medio Oriente, in Russia o in Ucraina, in Messico o in Venezuela, nel Sudan o nel Congo, oltrepassa lo stesso ricordo per identificarsi in un sentiero di perdono che prossime vedove, madri martiri, orfane dei loro figli, donne sole in un proprio cammino, riusciranno ancora una volta a compiere, denudando l’esistenza dei suoi meandri e delle sue ipocrisie, svolgendovi uno sguardo all’interno, fino in fondo; recuperando la vita proprio lì dove la vita si assottiglia in una sembianza di morte, in una filigrana di oblio, in un sepolcro da cui riscoprire, però, nuove tracce, e così incontrarsi con il dolore, affrontarlo per sopravvivergli e vincerlo.
È in questo modo che il lutto di una nuova guerra sarà vinto dal vincolo che la vita possiede con la speranza di amare, sarà anche vinto dalla vocazione delle donne a una fedeltà, come quella della Madre di Cristo, sotto la Croce, fedeltà di estrarre dalla libertà del ritorno la testimonianza dello sconfinamento, non della guerra, delle sue ritorsioni, delle sue paure che si perpetuano, ma di uno sguardo, un segno peculiare e ineludibile di una protezione, quegli stessi sguardi che caratterizzano una donna anche davanti alla ferocia della storia presente.
Proprio perché, esattamente come Edith Stein o Simone Weil, come Hannah Arendt o Etty Hillesum, o come Frida Kahlo, Marguerite Yourcenar, Nelly Sachs, Adrienne von Speyr…, o come Gabrielle Bossis, Charlotte Delbo, Ruth Klüger…, o Liana Millu, Franca Viola, Ada Gentile, Carla Magnan…, o come Chiara Lubich, Ruth Pakaluk, Montse Grases, Encarnita Ortega, Madre Teresa di Calcutta…, proprio come accaduto ad ognuna di loro, l’incontro con l’esperienza del dolore, della guerra ha scritto la storia dell’umanità…, e la scrive, perché senza di loro, senza ognuna di loro, martiri, sante, mistiche, artiste, scrittrici, filosofe, madri, vedove, in solitario cammino con la vita sulle loro spalle, la storia non ci sarebbe stata raccontata e il presente non sarebbe stato ascoltato.
Né a sua volta documentato e difeso. Neppure garantito e tramandato.
Sono loro, le donne che languono tra strade colpite, tra mura diroccate, e vi si agirano alla svelta, leste, alla ricerca della vita da testimoniare ancora, da dichiarare, insonni pur di amare, a farci rinascere, a farci sperare. Perché sono loro a cercare ancora un figlio, nonostante le invocazioni siano state rese degli stracci, cenci imbrattati del sangue di altri inermi di cui sobbarcarsi il martirio, tra la vigliaccheria dei poteri e l’abiura che essi fanno della vita umana, congiurando per estinguerla, disseccandola di usura, lasciando che la morte assuma sembianze di storia e di macabra prosperità… Eppure ci sono loro, le inermi donne sul cammino che vincono il dolore perché tornano sempre all’esperienza di una vocazione, affermando la vita oltre ogni sofferenza, continuando a dialogare, non serrandosi nell’avvenimento più cupo da superare, ma rimuovendo la cenere dei giuramenti politici e dei testamenti di morte – patetici, dissimulatori, dissacranti, empi – i testamenti di morte dei vari statuti delle organizzazioni internazionali, vapori di despoti, egemonie di poteri cui è condannata l’esistenza. Ognuna di quelle donne, di molte altre che adesso in Iran o a Gaza difendono la vita e il presente, di tante madri russe, ucraine, americane, di nuove vedove, ognuna si lega proprio a questa grandezza: rivelare la verità nella storia, raccontare un approdo, sempre, verso la salvezza, incontrando nel quotidiano uno sguardo di speranza.
Tutto ciò malgrado gli oggetti consumati dalle ore, nonostante le interferenze delle delusioni, ripartendo senza clamore. Perché loro lo facevano con passione, e lo fanno ancora con passione.
Intirizzite di lacrime…, ancora accese da un sorriso con cui rispondono ad ogni domanda.
In quel deserto insonne della storia presente.