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L'estate (ora) finita che ci riporta in vita

L'estate (ora) finita che ci riporta in vita

Gli ombrelloni chiusi, o quasi, conducono nella dimensione settembrina come con uno schiaffo

18 Settembre 2022

Rossella Palmieri

Solo finché si è piccoli si può credere che l’unica dimensione possibile sia quella di un’estate infinita, fatta di onde di mare e compiti che, adulti o bambini, prima o poi faremo. Gli ombrelloni chiusi, o quasi, ci portano invece nella dimensione settembrina come con uno schiaffo: un esercito di insegnanti e dirigenti ancora mancanti all’appello in tutta Italia, classi piene, denatalità sì, ma anche aumento di studenti con disabilità, l’auspicata aerazione meccanica nelle aule ancora di là da venire.

A scuola come in azienda, con mamme lavoratrici ormai rassegnate a salti mortali tra accompagnamenti a scuola, mezzi pubblici intasati e ostacoli di ogni genere prima di iniziare la propria giornata di lavoro. Vale per tutti gli ambiti lavorativi: le Università a fare i conti con la doppia modalità didattica, in presenza e in remoto, quest’ultima giustamente auspicata da quanti non sono nelle condizioni di seguire le lezioni. E infiniti dibattiti sull’efficacia dell’insegnamento a distanza inteso come integrazione e non depotenziamento di quello in presenza. In città va meglio per le scuole dell’infanzia e i nidi, salvati dai commissari di Palazzo di città e rimodulati nel loro insieme con mense e tempo prolungato.

In questo smerigliato scenario non resta che dire arrivederci a una stagione, l’estate, che tutti quanti noi riteniamo perfetta, rotonda, piena. Ma, come diceva l’antropologo francese Claude Lévi-Strauss nel saggio Tristi tropici, il tropico – per estensione il nostro caldo – è triste perché, passata l’ubriacatura iniziale con gli stupori e le meraviglie, resta la spossatezza e un infinito languore che non coincide con alcuna idea di benessere; semmai di vacua stanchezza da troppo nulla. Anche se abbiamo visto in questa settimana giovani ancora abbronzati e sognanti la soppressione della sveglia delle sette del mattino e adulti riottosi a infilarsi in macchina vestiti di tutto punto, vero è che il tempo in sé è inevitabilmente il tempo giusto. Il tempo dell’anno è perfetto così com’è e il suo trascorrere è l’unico orologio buono per preparare la vita.

A settembre come a dicembre che fa lievitare i progetti nel suo slancio verso la primavera; a marzo come a maggio dove prendono corpo i frutti dei mesi passati. «Bisogna coltivare il proprio giardino» diceva il puro Candide nell’opera di Voltaire. E gli crediamo quando con convinzione optò per la fatica anziché fermarsi, come pure avrebbe potuto, in un meraviglioso Eden.

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