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La fiaba mai scritta della bici vegetale

La fiaba mai scritta della bici vegetale

Quel rampicante che avvolgeva la due ruote nel cortile d’ingresso posteriore della Gazzetta del Mezzogiorno, vecchia sede in via Scipione l’Africano

11 Settembre 2022

Alberto Selvaggi

Esiste una fiaba giornalistica che pochi conoscono. Si intitola: «La bicicletta vegetale», per cui nuovamente la raccontiamo. Nel cortile d’ingresso posteriore della Gazzetta del Mezzogiorno, vecchia sede in via Scipione l’Africano, un lucchetto d’ottone appassito ancorava una due ruote fattasi anima della redazione, degli uffici amministrativi, della rotativa che era un drago acquattato. Modello economico, Cascella da supermercato. Giallo sbiadito tanto da venire dimenticato. Il cimelio non si era più spostato dalla cancellata del giardinetto di via Gorjux, né per volontà sua, né per l’imperio d’altri, men che mai di Clara, la proprietaria.

Perché una sera una mano o due mani a forma di ladro avevano asportato la sella, che è un arto, dal telaio. Clara era rincasata a piedi masticando gomme di imprecazioni, qualcosa si era rotto fra lei e la puledra cigolante, dato che anche le colpe altrui segnano chi ha subito senza peccare. E non si era ricostituito neppure quando le fecero ritrovare avvitato un sellino più squallido dell’originario.

Così la bici restò lì come l’arte contemporanea, incomprensibile come l’arabo, a poca distanza dai generatori giganti, oggi esangui di elettricità. Allora la natura mostrò la sua creatività. Guidò la volontà nel pensiero di una pianta forte di tralci, vorace come un piranha, liscia come un’amante fatta di linfa: la vite americana che si estendeva sull’armonia della disarmonia dalla tettoia nello spiazzo.

Gemendo come i malati che si avvicinano a Dio, ansimando, trasudando gocce brillanti, fissando lo sguardo nel meraviglioso giardino della nostra anima che è la strada di comunione nell’infinito, estendendo i rami sottili, allungando le braccia nei viticci corollati di ventose umide come labbra, la abbrancò, dalle ruote, per i mozzi nella risalita, lungo i parafanghi distendendo le pelvi cellulosiche, il fanale, e il campanello perfino, e i raggi, uno per uno sì, e il manubrio, e le catene stesse che la imprigionavano, così che non fosse più possibile distinguere chi era vite, e in vita, chi era bici. Gonfiandosi d’estate nello splendore dell’abbraccio verdissimo. Gridando l’amore nell’infoltirsi delle infiorescenze. Imbrunendosi e spogliandosi dei ricordi fogliari in autunno e in inverno. E così nacque la bici rampicante, la bicicletta vegetale, stupenda e unica sulla faccia dell’asfalto, anima verde di un giornale.

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