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Punti di vista

Il musicista di strada «santo» della movida

Il musicista di strada «santo» della movida

31 Luglio 2022

Luisa Ruggio

Mezzanotte nella movida del bene e del male. Mezzanotte di pochi ragazzi sugli scalini del Convitto Palmieri e tavolini all’aperto dove turisti e residenti si intrattengono mentre si spillano le ultime birre dietro i banconi dei locali che si susseguono sino al retro del Duomo di Lecce. Qualche bicicletta e qualche monopattino si sorpassano, una signora con un cartoccio della pizza si ferma ad ascoltare l’anonimo concerto di un musicista di strada che suona e canta scalzo, sorridendo a chi si lascia rapire dal suono della sua voce, da quel che cava dalla sua chitarra nell’interregno della notte leccese, prima che scocchino le chiusure delle fatidiche ore due. Del resto, sono qui per guardare da vicino che cosa succede nella città vecchia dopo i provvedimenti innescati da troppa cronaca e cercare le conseguenze dell’ordinanza nei volti di chi serve ai tavoli e di chi dopo tre anni di pandemia ha resistito e non ha chiuso il proprio locale. Ma mentre ripenso a molti discorsi e opinioni che rimbalzano altrove (frammenti di dialoghi tra ragazzi che dopo il lavoro si ritrovano sugli scalini del centro storico a fumare in pace standosene alla larga dai guastafeste che giocano al piccolo camorrista emulando La paranza dei bambini in assenza di adulti più che di divieti, commenti di barman e titolari sfiduciati e stanchi di dover tornare in panchina entro le due), quel musicista solitario restituisce dignità alla notte e mi fa dimenticare la questione. Non è una sirena, è una specie di santo in carne e ossa, fa musica a beneficio di tutti noi passanti e nella custodia aperta della chitarra ci sono le sue corde spezzate trasformate in braccialetti per ricordare alle persone rotte - siano esse vacanzieri, residenti, commercianti o ragazzini “presi male” - che hanno una storia e possono trasformarsi, insieme alla città che attraversano, in valore. Così mi sono avvicinata al musicista, si è formato un grappolo di spettatori, ho scoperto che si chiama Francesco Colabella e la sua voce come in una favola ha accordato tutte le orecchie in grado di intendere. Perché abbiamo bisogno di scalzi e di canzoni cantate ai crocicchi sotto i lampioni, di arpeggi e casse armoniche come cuori sacri. Perché Italo Calvino aveva ragione e Francesco Colabella, apparendo nelle nostre strade per qualche notte portando musica in dono, me lo ha ricordato: “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Nell’inferno dei viventi, ho ascoltato il più bel concerto dell’estate. È nella movida che ho trovato un bodhisattva, un musicista, una via.

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