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Rione S. Maria, ricordi e profumi

Rione S. Maria, ricordi e profumi

Ogni angolo, ogni albero – molti allora appena piantati, adesso altissimi –, mi raccontano di quell’epoca felice

12 Giugno 2022

Gaetano Cappelli

L’altro giorno, dopo tanto che non mi capitava, me ne sono andato a passeggiare sotto i viali frondosi che mi videro infante a Santa Maria, il rione dove mio padre prese casa insieme a mia madre, dopo il viaggio di ben cinquanta chilometri che, dal paese natio, li portò a Potenza dove avrebbero vissuto.

Ogni angolo, ogni albero – molti allora appena piantati, adesso altissimi –, mi raccontano di quell’epoca felice. E che delizia lasciarsi stordire dai ricordi insieme all’effluvio delle acacie. Ascoltare il verso lugubre delle tortore sulla scarpata dove combattevamo le nostre battaglie da ragazzi della via Pal contro i feroci nemici di un rione lontano tra cui – brr quel terribile Donato Bilancia poi divenuto il più celebre serial killer d’Italì. Passando sotto il muretto di mattoncini rossi che, tipo il bastione d’una fortezza, delimita il cortile della mia prima casina, rivedo seduta lì, come fosse il giorno in cui Michele m’insegnò ad andare in bicicletta, uno dei miei amori; ogni giorno mi innamoravo di una. È bionda e ride con le amiche, e mi sorride e il cuore prende a battermi allo stesso modo d’allora. La fissavo durante la messa, io chierichetto goffo, sempre in impaccio col turibolo. O se lei non c’era, mi mettevo a contare i cassettoni ottagonali dell’aureo soffitto prima di lasciarmi distrarre dall’altare marzapanato con le insegne scarlatte dei Templari, delle cui gesta leggevo sui tomi esoterici del mio stravagante padrino – di battesimo, che pensate! E allora, mentre ne sto così nel fresco di quelle antiche mura, mi pare di risentire il canto dei giovani dell’Azione Cattolica che accompagnava le funzioni… e poi, ehi, lo sento per davvero, anche se viene dalle bocche accessoriate di dentiera delle vedove che innalzano le loro lodi al Signore, con padre Vitale.

Ecco, nonostante i suoi centanni, lui è rimasto lo stesso. Come uguale è rimasta la cartoleria Niagara fondata, dice l’insegna, nel 1958. Avevo quattranni allora, ma l’emozione mentre mi affaccio alla vetrina e mi arriva l’odore pungente della grafite è la stessa. Poi, riprendo la mia camminata sotto la galleria di ippocastani della villa comunale, che d’autunno riempivano il viale delle loro «castagne matte» – come si chiamano – fino al bar di fronte il campo da tennis, dove spiavo smontare dalle loro moto, ragazzi appena più grandi di me, mano nella mano a ragazze abbronzate che io mi potevo solo sognare mentre dal jukebox suonava Azzurro o 29 Settembre e mi commuovevo per il mio destino di cuore solitario ma la vita mi sembrava piena di promesse.

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