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Tirar fuori le facce da alberi e pietre

Tirar fuori le facce da alberi e pietre

Roberto Pernorio, artista pugliese autodidatta, è un outsider che con le sue sculture rientra a pieno titolo in questa eterogenea corrente di personalità creative

05 Giugno 2022

Omar Di Monopoli

Jean Dubuffet, pittore ed incisore dell’avanguardia francese, è stato il primo a riconoscere la qualità intrinseca delle creazioni realizzate da artisti non professionisti, «lavori effettuati da persone indenni di cultura artistica, nelle quali il mimetismo, contrariamente a ciò che avviene negli intellettuali, abbia poca o niente parte, in modo che i loro autori traggano tutto (argomenti, materiali, messa in opera, mezzi di trasposizione, ritmo, modi di scritture, ecc.) dal loro intimo più profondo e non da stereotipi dell'arte classica o dell'arte di moda».

Il grande pittore d’oltralpe definì questa corrente «Art Brut» (in italiano, letteralmente, Arte grezza, ma tradotto anche come "arte spontanea"), un filone invero vasto e proteiforme che riguarda tanto il lavoro compiuto da artisti autodidatti quanto quello degli emarginati, dei folli, dei liberi, comunque sempre dei renitenti alle norme collettive.
Gente, insomma, che crea in maniera autonoma senza troppo preoccuparsi della critica né dello sguardo altrui. Indifferenti al plauso pubblico, costoro creano essenzialmente per un proprio indomito bisogno interiore e le loro opere, quindi, prodotte con mezzi e materiali insoliti, sono libere dalle influenze della tradizione ufficiale e implementano spesso modalità singolari di rappresentazione.

Roberto Pernorio, artista pugliese autodidatta, è senza ombra di dubbio un outsider che con le sue sculture rientra a pieno titolo in questa eterogenea corrente di personalità creative, un personaggio capace di trasformare i propri sogni (e incubi) in rappresentazioni plastiche dalla fascinazione immediata che non lasciano scampo in chi ha la ventura di ammirarle. E non sono in molti, i fortunati, al momento, giacché Roberto vive e lavora in una sorta di confino autoimposto, in mezzo alla natura brada della contrada Trullolungo, periferia di Sava, paese in cui vive e nel quale, dopo una gavetta da falegname, ha cominciato a esprimersi: «la mia voglia di sperimentare è cominciata presto, facevo i vasi con il tufo per mia madre, ma poi ho abbandonato», ci racconta. «A 17 anni però l’incontro col famoso liutaio Antonio D’Attis mi ha fatto riprendere in mano lo scalpello». Roberto ha cominciato così a dar forma agli esseri che popolavano le sue fantasie: «nei miei inverni di solitudine qui in campagna vedevo tra gli alberi facce che mi parlavano, e ho pensato di doverle tirare fuori dai fusti, per liberarle».
Da quando si è sparsa la voce, dal circondario la gente viene a visitare con curiosità il suo atelier all’aperto popolato di figure urlanti, donne opulente e mostri arcaici. E in tanti finiscono per acquistarne qualcuna per portarsi a casa un po’ della vaneggiante bellezza che le abita.

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