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La violenza truce dei cugini Sarmenta

La violenza truce dei cugini Sarmenta

Nei ben tre romanzi dedicati alle terribili vicende di questa coppia di fuorilegge meridionali, i cugini Massimo e Santo Sarmenta, gli scenari che fungono da sfondo si alternano in maniera abbastanza equa tra urbanità metropolitana e campagne deserte

22 Maggio 2022

Omar Di Monopoli

Sarmenta. Un cognome che è già tutto un programma. Ricorda per assonanza vessilli iconologici di certo spaghetti-western: i Sartana, i Sabata, i Sentenza ecc. Ma pure i tralci spioventi tipici di certa coltura, i sarmenti per l’appunto, quelli delle piantagioni di vite che sono tratto caratteristico dei nostri pugliesissimi orizzonti assolati. E infatti c’è tanta ruralità, oltre che tanto western, nella saga approntata da Giuse Alemanno. E non stiamo parlando di ambientazione. Almeno, non necessariamente: nei ben tre romanzi dedicati alle terribili vicende di questa coppia di fuorilegge meridionali, i cugini Massimo e Santo Sarmenta, gli scenari che fungono da sfondo si alternano in maniera abbastanza equa tra urbanità metropolitana e campagne deserte, ma la ruralità che intride le pagine di Alemanno sta essenzialmente nello stile, nella capacità cioè che lo scrittore pugliese ha mostrato, in più di trent’anni di lavoro sulla parola, di sintetizzare istanze veriste (verghiane, diremmo) mescolandole in maniera mai scontata a strutture sintattiche e semantiche figlie del proprio retaggio esistenziale, che è, non a caso, retaggio contadino.

Nato a Copertino, cresciuto a Manduria e domiciliato a Martina Franca, Alemanno lascia infatti confluire nelle storie che racconta - sempre animate da una violenza truce ed iperrealistica (sconvolgente l’esordio con «Terra Nera», romanzo che già esaltava in maniera cristallina tutte le qualità della sua penna) - un sopito barlume di umorismo beffardo che sbalestra a tradimento il lettore e che proviene, indubitabilmente, dai meandri di quella civiltà di “villani” in cui il nostro ha mosso i primi passi.

Certo, nella trilogia composta da «Come belve feroci», «Mattanza» e il nuovo, fiammante «Nero finale», c’è anche tanto altro: la contaminazione con il pulp di matrice tarantiniana, ad esempio, ma anche le inferenze del filone del revenge-movie che da oltreoceano istillò nel cinema italico l’ispirazione per una serie di titoli epocali come «Milano spara, Napoli risponde». E poi il guizzo satirico alla Rabelais, ma anche l’analisi sociale di marca stirneriana; un centrifugato di cose, insomma, che arricchisce di un piacevole retrogusto sardonico e sperimentale il racconto di una famiglia criminale impegnata in una vendetta che, tra la Val Camonica e la Calabria passando per la nostra terra, dura più di seicento pagine (coraggioso l’editore torinese Las Vegas edizioni a suddividere le uscite in tre tomi) senza mai annoiare e anzi, regalando momenti di puro sollazzo al lettore che, va detto, avrà di che inorridire dinanzi alle nefandezze consumate dai protagonisti. Fresco di stampa, «Nero finale» lo trovate in libreria, e il vero delitto sarebbe perderselo. Parola di Sarmenta.

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