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In Puglia e Basilicata

Punti di vista

Ricordare Facenna tra lavoro e terra

Antonio Facenna

Eppur si muore. No, non è un refuso sul celebre aforisma di Galileo

01 Maggio 2022

Rossella Palmieri

Eppur si muore. No, non è un refuso sul celebre aforisma di Galileo, eppur si muove, alludente alla Terra – per estensione usato per controbattere a chi si ostina a negare l’evidenza – ma anche in questo caso è una presa d’atto, nella fattispecie degli incidenti sul lavoro. Ancora troppi. Nel giorno dei lavoratori la cronaca di casa nostra ci offre una purtroppo ricca casistica: operai caduti da impalcature o durante operazioni di svuotamento cassonetti, schiacciati da lastre di calcestruzzo, folgorati da scariche elettriche; per non dire dei camion stipati di braccianti agricoli spesso soggetti a rocamboleschi ribaltamenti. Anche le donne, purtroppo, sono in questo cahier de doléance, in particolare quelle impegnate nei lavori stagionali. In qualche modo una morte sul lavoro ha il potere di annullare il tempo, di spostare le lancette dell’orologio indietro azzerando d’un colpo innovazione tecnologica e sicurezza dei luoghi, manutenzione dei macchinari, formazione dei lavoratori e pure dei datori di lavoro. Perché questo è ciò che ci si attende da un Paese ‘civile’. Di contro, il tempo sospeso ci fa venire in mente, piuttosto, quel Mastro Misciu della verghiana Rosso Malpelo, che accetta la pericolosa richiesta del padrone di abbattere un pilastro morendo schiacciato, mentre il figlio a mani nude scava all’interno della cava tentando di salvare il padre. Di lavoro si muore, dunque. E quando ci si mette anche una natura assassina il destino appare ancora più tragico. Ne abbiamo un esempio impossibile da dimenticare, quello di Antonio Facenna, il giovanissimo imprenditore agricolo che morì durante l’alluvione del 2014: stava andando nell’azienda di famiglia per verificare che tutto fosse a posto, che gli animali non corressero rischi. È stato travolto da fango e acqua, acqua e fango abbattutisi con particolare violenza nel tratto di strada tra Vico e Carpino. Qualche mese fa gli è stato dedicato un monumento. Ci piace pensare che questa ‘imperitura memoria’ non sia retorica nostalgia, ma monumento perenne alla ‘restanza’, al coraggio di chi resta nella propria terra mostrando quella cura necessaria a ciò che permane; un sentirsi ancorati, seppure a volte addolorati e spaesati, in un luogo da proteggere e, allo stesso tempo, da rigenerare radicalmente. La Costituzione celebra il lavoro come asse portante; che sia questo il monito per i giovani unito alla consapevolezza che persino il talento, ci insegna Zola, è nulla senza il lavoro.

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