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In Puglia e Basilicata

Punti di vista

Il bello di guardare il mondo dall’alto

Il bello di guardare il mondo dall’alto

Salito a bordo del suo BRM Land Africa (il parco-aerei nel suo hangar ne conta diversi) sono a tutta prima un po’ in allarme

17 Aprile 2022

Omar Di Monopoli

Sino allo scoccare dei trent’anni non avevo mai preso un aereo in vita mia. È stato il lavoro a costringermi a vincere le mie ritrosie per imparare a volare e così oggi sono un amante abbastanza pacificato dei viaggi tra le nuvole (meno delle trafile pre-imbarco, che per uno con il nome arabo come chi vi scrive raramente risultano scevre da complicazioni, ma questo è un altro discorso!).

In volo con un ultraleggero però non ci ero mai stato, a maggior ragione sui cieli della mia adorata Puglia. Ci ha pensato l’ex maresciallo Cosimo Musiello, trent’anni nell’Aviazione e titolare della “AeroTre” di Manduria, la più antica scuola di volo della regione, a farmi provare l’ebbrezza. Mimino, come lo chiamano tutti, è uno che ha guidato ogni genere di mezzo aereo, svezzandosi giovanissimo in un’epoca in cui i piloti chiamavano per nomignolo i velivoli sui quali compivano le loro imprese: missioni di salvataggio, trasporti speciali, ricognizioni notturne, spegnimento incendi, parate, acrobazie. E senza l’ausilio di tecnologie digitali: tutto a mano. Meccanica pura, e una bella porzione di audacia. Insomma uno che conosce il cielo, uno di quelli capaci di passare senza problemi dalla cloche di un aereo a quella di un elicottero (chi è ferrato sull’argomento sa quanto le due tecniche di pilotaggio siano agli antipodi) e che, soprattutto, come in un film americano quando mette piede su un volo di linea avvisa gli steward di essere avvezzo ai comandi perché non si sa mai («Il comandante non si sente bene, c’è un pilota in sala?», «eccomi!»).

Salito a bordo del suo BRM Land Africa (il parco-aerei nel suo hangar ne conta diversi) sono a tutta prima un po’ in allarme. Poi la pratica con cui aziona i comandi e mi sorride cordiale mi tranquillizzano. Il decollo è breve, senza intoppi. Veleggiamo presto tra i cirri e la vista, superato l’iniziale sconcerto, si fa subito mozzafiato. «Vedi che paradiso?», mi strilla Mimino nelle cuffie indicando il panorama, un baffetto alla spadaccina a incorniciargli l’espressione. Sotto di noi scorrono rettangoli ordinati di campagna e poi improvvise gualtiere di macchia mediterranea. Strade, case, fazzoletti di verde che si frantumano in crateri e infine la striscia ocrata ricca d’insenature della spiaggia che si stempera nella vastità azzurra del mare. Io sono ammutolito dalla spettacolarità della visione: non è come dal finestrino di un Boeing. Qui sembra di essere parte di un tutto. Una consapevolezza che accompagna Mimino da sessant’anni. «Non so cosa sarei se non avessi potuto provare questa sensazione», mi confessa, in faccia l’espressione soddisfatta di chi si è abbeverato per decenni a una certezza che in tanti ignorano. «Da quassù anche le cose brutte, i veleni, l’inquinamento, sembrano armonici».

Restituisco il sorriso e penso sollevato che sì, sforzarsi di guardare le cose come un tutto dovrebbe essere la regola.

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