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Tornare alla cultura dell’incontro

Tornare alla cultura dell’incontro

Già, perché la Croce dovrebbe testimoniare tutt’altro, un lasso di tempo sì inevitabile – “da mezzogiorno alle tre si fece buio” – ma allo stesso tempo uno scarto temporale al quale non dobbiamo cedere e credere come se fosse perenne

17 Aprile 2022

Rossella Palmieri

Nella Pasqua dei Cristiani il mondo scelse Caino. E si fa fatica a comprendere il senso, a non disorientarsi, a non rassegnarsi e a non rimanere inchiodati a quella Croce ieri portata da una donna russa e da una ucraina sulle parole di un Papa addolorato ma tenacissimo. Già, perché la Croce dovrebbe testimoniare tutt’altro, un lasso di tempo sì inevitabile – “da mezzogiorno alle tre si fece buio” – ma allo stesso tempo uno scarto temporale al quale non dobbiamo cedere e credere come se fosse perenne. Ci insegna un prete molto amato e seguito dagli universitari, don Luigi Epicoco, che essa, la Croce, rimarrà sempre un’ora di buio, ma la disperazione ha le ore contate e non ha mai l’ultima parola. Che la si vive alla maniera di Cristo la Croce, urlando pure il dolore e il senso di abbandono, ma senza disperare mai. Vale per il mondo, vale per la città, vale per la vita singola e irripetibile di ciascuno. Vale per chi è credente e per chi è laico, perché come ci insegna Forrest Gump, l’uomo puro che fa grandi cose pur partendo da situazioni difficili, “i miracoli accadono tutti i giorni”. Nella cronaca di questa settimana ce lo insegna Vincenzo, dipendente di una scuola di San Severo, colpito da una pallottola alla nuca cinque mesi fa. Si sente miracolato in questa Pasqua. E di miracoli quotidiani sono piene le parrocchie in queste settimane di accoglienza, così come ne fanno quotidianamente le giovani coppie con i bimbi ucraini ospitati nelle loro case che – meraviglia tipica del mondo dei piccoli– dialogano perfettamente con i loro coetanei pur non conoscendo affatto la lingua. Parlano i magici suoni dei giochi, degli occhi. L’Arcivescovo di Foggia Vincenzo Pelvi ha lanciato un messaggio forte alla comunità facendo leva su un sentimento nobilissimo ma evidentemente dimenticato: “la gentilezza non è buonismo, ma lo stile di chi non umilia”. Ci piace pensare a questa Pasqua con tale connotazione: un monito fattibilissimo per tutti nella vita di tutti i giorni per svuotare di retorica quella vaga idea di pace che la si pretende senza declinarla nei piccoli gesti quotidiani e nella gentilezza. Di “cultura dell’incontro” parla ancora Mons. Pelvi. E anche qui occorre applicazione pratica. Essere gentili, incontrarsi. Imparando magari dai bambini che con naturalezza sanno fare ciò che gli adulti non sono più in grado di fare.

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