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Breve trattato sull’arte del «tuzzo»

Breve trattato sull’arte del «tuzzo»

foto Teresa Imbriani

Grazie all’ars tuzzandi anche i baresi, come quel montato di Bruce Lee che propalò il kung fu del fischietto, si sono guadagnati una fama, ben più dei sardi, competitori isolani

10 Aprile 2022

Alberto Selvaggi (foto Teresa Imbriani)

BARI - Non meno importante del citatissimo De artis venandi cum avibus, trattato della falconeria di Federico II sovrano, è questo De artis tuzzandi, che non prevede rapaci ma la sola crapa, fra glabella e osso frontale.

Il tuzzo, la capocciata sleale assestata per stendere l’avversario è un tratto denotativo della baresità e delle sue arti marziali. Siamo cresciuti osservando gli scassati di capa afflosciarsi davanti all’ariete che nel «chi sono io e chi sei tu» ha avuto la meglio. Ed è così da sempre, tanto che nostre erudite ricerche, che non riveliamo a voi brutte capre (sappiamo che Luciano Canfora ci contesterà), provano (forse) che già Antonio Beatillo nell’Historia di Bari (1637), ed Emmanuele Mola nelle settecentesche Memorie dell’illustre città di Bari, in brani apocrifi ne hanno parlato.

L’arte del catatuzzo si rivela attraverso canoni immutati. Appena il craniato viene colpito sul setto nasale, reggendosi la protuberanza sbomballata, pronuncia sempre la stessa frase: «Ti denuncio». E se già la natura gli aveva appioppato un profilo da Federico da Montefeltro, brutale, ne approfitta giustificando con gli amici l’operazione di chirurgia plastica: «L’ha detto il medico, dopo il trauma respiravo male». Il tuzzante, dal canto suo, resoconta al bar: «Bum! Manco la bocca gli ho fatto scocchiare». In qualche caso antepone un «bu-bum!», raddoppiato. Mah. Vabbè.

Come nell’Amleto di Gianrico Carofiglio vi sono segnali rivelatori che la vittima può cogliere pria di venir rintronata. Il muflone solitamente si tocca il naso quando sta per martellare. O s’aggiusta la camiciuola sì da concedere al collo rinculante massimo agio. Oppure prelude con ingannevole confronto verbale avvicinandosi al bavero della vittima. Non si ricordano (e qui torniamo al Beatillo et al Mola) casi di taratuzzi, cioè di capocciate ripetute a martello pneumatico. Il colpo è uno e risolutivo.

Grazie all’ars tuzzandi anche i baresi, come quel montato di Bruce Lee che propalò il kung fu del fischietto, si sono guadagnati una fama, ben più dei sardi, competitori isolani. Tempo fa un romanaccio ci oscurò scassando il muso a un giornalista davanti alla telecamera. Ma, francamente, non lo stimiamo. Centrò l’importuno secondo scuola krav maga, compatto, bilanciato. Niente a che fare con la creatività estemporanea, con lo stile del tuzzatore di Bari, che impreca morti stramorti e sepolte fess’ d’ màmt’, disarticolando l’asse tronco-bacino in forme convulse di danza (uno-due, uno-due) che John Travolta se le sognava.

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