Martedì 22 Gennaio 2019 | 00:57

Sanità, l'incubo dei soldati

Con la chiusura dell'ospedale Bonomo di Bari e nelle more della riforma della Sanità militare, i Volontari (soldati con contratto a tempo determinato) denunciano gravi disagi in Puglia per fare le analisi e le visite. «Abbiamo dovuto provvedere a nostre spese», dicono alcuni. Intanto, la Politica si attiva con una proposta di legge ad hoc
Sanità, medico BARI - Un cortocircuito. Una buca. Un intoppo. Chiamatelo come vi pare ma alcune cose paiono proprio non andare per il verso giusto - in Puglia, e non solo - sulla strada della razionalizzazione della Sanità militare. Chi paga? E chi volete che paghi nel nostro Paese? Paga la truppa, in termini di disagi, e pagano i contribuenti, in contanti.
LA BUONA IDEA
Corre l'obbligo di spiegare che questa storia ha avuto inizio con una buona iniziativa di razionalizzazione delle Forze Armate, ad opera della Politica, e con un conseguente buon progetto esecutivo dei massimi vertici militari. In virtù di ciò è stata eliminata la leva obbligatoria e al suo posto è stato creato un sistema a livelli successivi che prevede selezioni via via più severe. In termini numerici, oggi per chi si presenta alle prove per un contratto a tempo determinato (di uno o quattro anni) e chi poi accede ad un posto fisso con le «stellette», vale una sorta di «uno su mille ce la fa», di cantautorale memoria.
I bilanci d'ogni Forza Armata sono stati sottoposti a una cura dimagrante e le funzioni ritenute «non» squisitamente militari, dalle mense ai servizi di pulizia, passando per il ripiegamento dei paracadute, sono state tendenzialmente affidate a personale civile.
In questo «gorgo Copernicano» s'inserisce la riforma dell'organizzazione che si occupa, a 360 gradi, della più importante delle funzioni: la salute dei militari. Anche qui - secondo i progetti esplicitati pubblicamente dai vertici - tutti gli aspetti «non» squisitamente militari dovranno essere affidati ai civili e ciò che resta dovrà essere integrato, «interforzizzato». Che sarebbe a dire: anziché avere quattro organizzazioni sanitarie diverse per ciascuna Forza Armata, è meglio averne una sola. Così, come spiegano fonti militari in «camice bianco»: «Sul territorio pugliese, prima - prima della riforma - c'erano: un ospedale militare della Marina (a Taranto), uno dell'Aeronautica (a Bari-Palese) e uno dell'Esercito (in pieno capoluogo). Un marinaio poteva farsi curare presso il nosocomio "grigioverde" e viceversa. Poi, alla fine d'ogni anno, ciascuna Forza Armata compensava con le altre le spese sostenute dalla sua struttura per curare militari di diversa appartenenza. E viceversa».
«Quando, da Roma, è scattata l'operazione di razionalizzazione - continuano i medici con le stellette - la Sanità militare è diventata "una". Perciò oggi, per esempio, un ospedale dell'Aeronautica non può più chiedere direttamente a Esercito, Marina e Carabinieri di riavere le somme sostenute per curare i loro uomini (e donne). Tutto ora è centralizzato».
LO SPRECO
Proprio in ossequio alla «razionalizzazione», il 31 dicembre 2006, l'ospedale «Bonomo» di Bari (quello dell'Esercito) è stato ufficialmente chiuso. Poco male se le esigenze dei soldati fossero state riassorbite dall'ospedale di Palese (Aeronautica) e di Taranto (Marina). Invece, alla faccia dell'interforzizzazione propugnata dal capo di Stato Maggiore della Difesa, amm. Giampaolo Di Paola e dall'allora direttore generale di Difesan (cioè della Direzione generale della sanità militare) ten. gen. medico Michele Donvito, a un certo punto il meccanismo idealmente perfetto si sarebbe inceppato. Sia la struttura di Palese (Aeronautica), sia quella di Taranto (Marina), avrebbero risposto con un «niet» alle richieste dei soldati in servizio sul territorio pugliese.
Un problema gigantesco per due ragioni. La prima è di adamantina evidenza: qui si parla della salute di migliaia di persone (dipendenti pubblici a tutti gli effetti, anche se molti hanno un contratto a tempo determinato). La seconda è che buona parte delle analisi è tassativa, obbligatoria. Ci sono dozzine di controlli. In una elencazione per difetto possiamo qui ricordare:
- le analisi che devono essere fatte per chiedere la «causa di servizio», cioè quel procedimento che serve a dimostrare che l'eventuale infermità è stata originata dal servizio svolto e ottenere così la relativa copertura;
- le analisi che devono esser fatte in ossequio al «protocollo Mandelli», quello istituito per sorvegliare la cosiddetta «sindrome dei Balcani» (di cui tanto s'è detto sui giornali e che forse sarebbe causata dall'uranio contenuto nei proiettili esplosi dagli anglo-americani);
- le visite che vanno fatte prima e dopo la partecipazione ad ogni missione all'estero;
- i controlli di routine cui devono essere sottoposti i volontari (cioè i soldati precari, quelli a tempo determinato) ogni volta che vengono assegnati a un nuovo reparto, in giro per l'Italia, fino all'assegnazione definitiva.
Proprio questi ultimi, nei primi mesi dell'anno, hanno patito i maggiori disagi. Li abbiamo incontrati alla chetichella, in tempi diversi, in luoghi diversi: sono molto guardinghi. Come i loro predecessori a tempo indeterminato, amano la divisa. L'amano anche se non garantisce loro un futuro, anche se non possono fare nemmeno i più elementari progetti, come accendere un mutuo. Sono soldati precari ma sono pronti a morire per la Patria e per «onore». È gente in gamba, e per il poco che hanno («Con questo sistema noi potremmo ritrovarci per strada quando avremo quasi trent'anni», dicono) la loro dedizione è ancor più ammirevole.
Quelli che hanno accettato di parlare sono forse i migliori elementi che chi scrive ha incontrato negli ultimi dieci anni: umiltà e fegato, gente non uniforme, sotto l'uniforme. Dicono che «chi crea problemi non è amato» e raccontare che, nelle more della riforma della Sanità, hanno dovuto far le analisi a spese proprie «vuol dire creare problemi». Però lo dicono, e la voce diventa sussurro.
Questo nuovo sistema del lavoro a tempo, applicato alla divisa, sembra agire anche sullo «spirito di corpo» quando spiegano: «La concorrenza è durissima tra noi, sappiamo che pochissimi passeranno a tempo indeterminato e i guai di uno avvantaggiano gli altri».
Dicono che quando hanno chiesto ai loro superiori come fare per riavere i soldi che avevano speso per le analisi, questi gli avrebbero detto «ora ci sono problemi, lascia perdere». E loro hanno obbedito. Chissà se i «superiori» si rendono conto che anche poche decine di euro sono una cifra alta per chi guadagna poche centinaia di euro al mese, a tempo determinato.
Forse le cose non sono andate davvero così. Lo speriamo. Certo è che ci dev'essere stato un serio problema di comunicazione con la «truppa». Perché solo dalla grande confusione può emergere un'ipotesi come quella che ronza nella testa di alcuni di loro: «Per risolvere il problema di "dove" dovevamo fare le analisi, ci hanno detto che si stava studiando una convenzione con la Asl in base alla quale noi ci facevamo tirare il sangue e loro ci facevano le analisi». Che la truppa paghi le analisi col proprio sangue è ipotesi totalmente priva di fondamento, giacché è stata successivamente negata a tutti i livelli, ma che dà la misura del disagio.
Per contro, autorevoli fonti concordano sul fatto che alcuni soldati di stanza in Puglia siano stati costretti a fare le analisi fuori regione, pare presso la struttura di Caserta. Ora, a beneficio del lettore, va spiegato che coi mezzi a disposizione, e rispettando i limiti di velocità, per andare e tornare da Caserta ci vogliono ore. Se, come razionalità vorrebbe, il trasporto fosse stato effettuato col mezzo militare più capiente, sarebbero partiti col bus, in 55. Il che vuol dire attendere 55 visite. Al di là del costo vivo del trasporto, superate le 18 ore di servizio continuato, a ciascun soldato spetta un rimborso forfettario: circa 100 euro per ufficiali e sottufficiali, un po' meno per gli altri.
Nell'ipotesi in esame quindi, sul bilancio dell'Esercito (che è fatto coi soldi dei contribuenti) per queste analisi sarebbe stata spesa una cifra extra pari alla somma del costo del trasporto e del rimborso. Come se, per risparmiare, lo Stato decidesse di chiudere il Policlinico di Bari e poi si sobbarcasse le spese di viaggio presso i nosocomi di altre regioni, per ogni utente. Maggior costo ed enorme disagio. Geniale, no?
Per completezza d'informazione va anche detto che - dati Stato Maggiore Esercito al 21 giugno 2007 - in Puglia sono in servizio 4.542 persone appartenenti alla Forza Terrestre. Che vuol dire protocolli di analisi e visite per 4.542 persone.
Va anche sottolineato che, secondo fonti accreditate, per far fronte alle spese mediche del loro personale, per i Reggimenti pugliesi sarebbero già state stanziate decine di migliaia di euro (oltre 70.000 euro).
RITORNO AL PASSATO?
Visti i problemi, pare che ora sia stato individuato nel laboratorio del Centro di reclutamento dei volontari di Bari (Esercito) il luogo in cui si possono effettuare le analisi. Sarebbe una soluzione pratica ma non si potrà negare che, sul piano ideale, mandare i soldati in una struttura grigioverde, i marinai nel centro della Marina e gli avieri a Palese, rappresenterebbe una sonora smentitaagli sforzi di interforzizzazione di Di Paola.
Del resto, è pur vero che questa riforma, che è assai complessa, starebbe incontrando problemi ovunque. All'ospedale Celio di Roma (fiore all'occhiello della Sanità militare nazionale) sussurrano che non sarebbero ancora arrivati tutti i medici promessi da Aeronautica, Marina e Carabinieri. Lo stesso sarebbe accaduto in Puglia, dove però ad essere attesi sarebbero i medici dell'Esercito. Un caos che, si auspica, verrà fattivamente affrontato anche dal nuovo direttore generale di Difesan, amm. Vincenzo Martines.
In conclusione, occorre sottolineare come, venerdì scorso, la «Gazzetta» - in nome della corretta informazione - abbia chiesto udienza ai massimi vertici militari interessati. Nei prossimi giorni dovrebbe giungere una risposta.
Marisa Ingrosso

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