Lunedì 21 Gennaio 2019 | 02:02

«Fu il nostro battesimo di sangue»

Il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha ricordato il giovane militante della federazione giovanile comunista, Benny Petrone, che fu ucciso il 28 novembre 1977
BARI - «Oggi Bari riconosce un punto aspro della verità di quegli anni Settanta che furono non solo anni di violenza, ma anche di libertà, in cui una generazione si diede uno splendido appuntamento col futuro, coltivò accanitamente le proprie utopie. E le utopie di Benedetto Petrone vivono ancora nei progetti politici della città». Con queste parole il presidente della Regione, Nichi Vendola, ha ricordato nel corso della cerimonia di intitolazione di una via cittadina che si è tenuta oggi in municipio, il giovane militante della federazione giovanile comunista che fu ucciso il 28 novembre 1977 da un militante del Fronte della gioventù poi suicidatosi in carcere nell'84.
Poco prima della cerimonia in municipio, in piazza prefettura era avvenuta la deposizione di tre corone donate da Regione Puglia, Comune di Bari e Rifondazione comunista sotto la lapide che ricorda l'assassinio a opera di una «squadraccia missina».
«Benedetto - ha detto Vendola - è un figlio di questa città ucciso in anni turbolenti, ma anche ucciso dal sentimento di oblio che si è cercato di far prevalere per troppo tempo. La sua utopia - ha aggiunto - era difendere Bari vecchia da operazioni di speculazione urbana, dall'idea che i residenti dovessero essere deportati a ridosso delle nuove zone industriali, perchè il borgo antico potesse diventare una cartolina illustrata e un salotto buono per la Bari bene». «Per me che venivo dalla provincia - ha proseguito Vendola - i compagni di Bari erano un po' dei miti. Ricordo nei cortei Benedetto: si faceva notare subito non perchè fosse claudicante ma perchè aveva una bellezza particolare, ribelle, e una voce molto forte».
«Per la mia generazione - ha detto ancora - l'omicidio di Benedetto Petrone è stata un'immensa tragedia, quello fu il nostro battesimo di sangue. Era uno di noi, uno della nostra età, un compagno che ammiravamo e a cui volevamo bene, che cadeva in quella maniera vigliacca, ucciso con quella dinamica, il giorno dopo che a Bari si era segnalata la presenza di un leader nazionale dell'estrema destra che impunemente girava l'Italia predicando lo scontro fisico».
Vendola ha poi ricostruito l'episodio: «Da una sezione molto accreditata di un partito che sarà importante nella storia di questa città uscì una squadra organizzata che con le proprie catene e le proprie lame cercò di aggredire a freddo un gruppo di compagni e rimase sull'asfalto il corpo di Benedetto. Se chiudo gli occhi - ha aggiunto - mi rivedo in Piazza Prefettura il giorno dopo, vedo la rabbia di quei compagni dell'estrema sinistra che assaltarono la sede della Cisnal, risento nelle orecchie il pianto e le parole al microfono di Franco Giordano, allora segretario provinciale del Pci, che diceva: non fate sciocchezze. Ricordo il lancio di lacrimogeni sulla folla inerme, la fuga, la rabbia e i funerali che furono il rito di un dolore giovanissimo, una pagina che doveva servire a scrivere per noi la trasformazione della rabbia non in violenza cieca ma in impegno politico». In quei casi - ha concluso - «se non governi le emozioni e non le indirizzi su un binario tranquillo possono trasportarti dalla parte sbagliata. La nostra generazione pianse Benedetto ma scelse la strada giusta, quella di coltivare il ricordo, la memoria, e di vivere la politica come una partita della vita contro la morte. Benedetto l'abbiamo perduto, ma cerchiamo di ritrovarlo ogni giorno nelle cose concrete che facciamo».

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