Giovedì 24 Gennaio 2019 | 03:14

Interrogato Bejet Pacolli sul rapimento di Torsello

Durante il sequestro del fotoreporter, l'imprenditore kosovaro (già marito di Anna Oxa) ha detto di aver ricevuto una richiesta telefonica di intervento per la liberazione del salentino e che forse si trattava della stessa banda che, a Kabul, sequestrò l'operatrice Onu kosovara Shqipe Habibi. È stato sentito come testimone dal pm Franco Ionta
Afghanistan - Gabriele Torsello ROMA - Prende la pista della banda che due anni fa sequestrò una cittadina del Kosovo l'inchiesta della procura di Roma sul sequestro di Gabriele Torsello, il fotoreporter pugliese convertito all'islam tenuto prigioniero in Afghanistan per 23 giorni. Un contributo in tale direzione è arrivato oggi agli inquirenti romani titolari del caso Bejet Pacolli, l'uomo d'affari nonchè imprenditore svizzero di origine kosovara il cui nome è conosciuto dalle cronache rosa italiane per essere stato sposato con Anna Oxa.
Sentito come testimone dal pm Franco Ionta, Pacolli ha ribadito di essere stato suo malgrado coinvolto nelle ultime ore nella vicenda culminata nel rilascio di Torsello, anche se ha precisato di non aver svolto alcun ruolo di mediazione con i rapitori essendosi limitato a parlare della questione con un giornalista italiano. L'imprenditore, in particolare, ha fatto riferimento ad una telefonata ricevuta in Kazakhstan, dove si trovava durante il sequestro del fotoreporter, e di una richiesta di intervento per la liberazione dell' ostaggio. Pacolli, a quanto si è appreso, avrebbe aggiunto di non sapere da dove provenisse la telefonata, ma di essere quasi certo che si trattasse di una persona appartenente allo stesso gruppo che sequestrò l'operatrice Onu kosovara Shqipe Habibi. In quell' occasione il suo intervento fu determinante per la liberazione dell' ostaggio. I magistrati romani, che per il rapimento di Torsello indagano per sequestro di persona con finalità di terrorismo, intendono ora approfondire il caso della kosovara tenuta prigioniera e per questo potrebbero rivolgersi a breve alle autorità giudiziarie del Kosovo e dell' Afghanistan nel tentativo di acquisire notizie sullo stato delle indagini relative a quel sequestro. La deposizione di Pacolli ha fatto seguito a quella, la seconda, dello stesso Torsello del 16 novembre scorso. In quell'occasione l'ex ostaggio confermò di essere stato rapito da cinque persone armate che lo individuarono tra un gruppo di 50-60 persone che si trovavano a bordo di un autobus. Il fotoreporter aggiunse di essere stato nelle mani di una decina di persone che si alternarono nella sua custodia, di non essere in grado di stabilire se sia stato ceduto da una banda ad un' altra e di non sapere nulla dell'eventuale pagamento di una somma di danaro per la sua liberazione. «Alcuni - precisò rispondendo a domande sulla matrice del sequestro - da come erano vestiti non sembravano taliban, altri avevano invece la barba e l' abbigliamento tipico dei talebani».
E proprio la tipologia della banda di rapitori è attira l'attenzione degli inquirenti in questa fase delle indagini. In particolare, i pm vogliono capire se la decisione di liberare Torsello, dopo il fallimento del progetto di scambio con un afgano convertito al cristianesimo, sia stata conseguenza di una cessione del rapito ad un'altra organizzazione.

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