Giovedì 17 Gennaio 2019 | 01:05

Don Pappagallo, il prete delle Ardeatine

Tra i primi quotidiani a ricordare l'eccidio delle Fosse e la morte del sacerdote di Terlizzi fu «La Gazzetta del Mezzogiorno». Anche il figlio del capo della redazione romana era tra le vittime
BARI - Si conclude stasera, con la seconda ed ultima puntata, lo sceneggiato tv su don Pietro Pappagallo, il prete originario di Terlizzi (il paese della provincia di Bari che ha dato i natali anche al presidente della Regione Puglia Nichi Vendola) il sacerdote 56enne che fu tra le 335 vittima dell'eccidio delle Ardeatine. Non è la prima volta che la sua storia diventa protagonista dell'immaginario cinematografico, chi può dimenticare, infatti, il don Pietro intepretato da Aldo Fabrizi in «Roma città aperta» nel quale lo sceneggiatore, Federico Fellini, mescolò la storia don Pappagallo con quella di don Giuseppe Morosini che partecipò attivamente alla difesa di Roma ed alla Resistenza contro l'occupazione nazista e fu fucilato nel '44 a Forte Boccea nonostante la richiesta di grazia direttamente a Hitler a parte di Pio XII. In realtà don Pappagallo, per dirla con il prof.
Vito Antonio Leuzzi direttore dell'Istituto pugliese della stora dell'antifascismo, fu un «prete-prete» reo soprattutto di «seguire il Vangelo e vivere in prima persona solidarietà, carità ed umana pietà, aiutando prigionieri di guerra, oppositori del regime ed ebrei» e per lui il Vaticano, stando agli storici, non si mosse. Don Pietro viveva all'Esquilino, tra la sua abitazione in via Urbana proprio dietro la Basilica di S.Maria Maggiore e la chiesa delle suore del Bambin Gesù.

Il suo impegno per il prossimo lo aveva indotto ad aiutare ebrei, perseguitati politici e renitenti alla leva per l'esercito di Salò fornendo anche documenti falsi ma anche ospitando alcuni di loro a casa sua. Fu la sua perpetua, Maria Teresa Nallo, a denunciare uno dei delatori che frequentava la casa di don Pietro e che lo tradì per denaro denunciandolo ai nazi-fascisti, ed era stata sempre Maria-Teresa tra le prime donne ad accorrere alle Fosse Ardeatine dove, poco prima della morte, don Pietro era riuscito ad impartire la benedizione a quelli che sarebbero state le tante vittime dell'eccidio. La stessa perpetua non resse al dolore della scomparsa di don Pietro e morì povera e sola nel gennaio del '45. Tra i primi quotidiani a ricordare quell'eccidio e le quindici vittime pugliesi tra cui don Pietro fu «La Gazzetta del Mezzogiorno» di cui era stato capo della redazione romana Leonardo Azzarita, il cui figlio Manfredi risultava nell'elenco delle vittime di quel terribile 24 marzo 1944 alle Ardeatine.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400