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Peculato: assolto don Cesare Lodeserto

L'ex direttore del centro d'accoglienza per immigrati «Regina Pacis» di San Foca, assolto dai giudici del Tribunale di Lecce perché «il fatto non sussiste»
LECCE - «Il fatto non sussiste». Dopo due sentenze di condanna in primo grado e un arresto in tre diversi procedimenti, arriva la prima assoluzione con formula piena per don Cesare Lodeserto, l'ex direttore del centro di accoglienza «Regina Pacis» di San Foca di Melendugno (Lecce) ed ex segretario personale dell'arcivescovo di Lecce, mons.Cosmo Francesco Ruppi.
Oggi i giudici della prima sezione penale del Tribunale di Lecce hanno assolto Lodeserto dall'accusa di peculato per la quale il pm inquirente, Imerio Tramis, aveva chiesto la condanna a quattro anni e mezzo di reclusione. Il sacerdote, nella sua qualità di direttore del Regina Pacis, era accusato, assieme allo zio Renato Lodeserto, ex sottufficiale della Guardia di finanza, di aver distratto su conti privati, nel corso degli anni, circa 2 miliardi di lire che erano destinati al centro di accoglienza. Anche Renato Lodeserto (frattanto deceduto) è stato assolto con la stessa formula.
La sentenza è stata accolta con entusiasmo dal sacerdote che ha espresso «gratitudine per il giudizio sereno dei giudici». Gioisce anche mons.Ruppi, secondo il quale oggi «vediamo finalmente ristabilita, sia pure in parte, la onorabilità di un sacerdote che tanto ha dato alla accoglienza, alla carità, alla chiesa e alla società salentina».
Secondo l'accusa, don Cesare, proprio in qualità di direttore del centro di accoglienza, doveva essere considerato a tutti gli effetti incaricato di pubblico servizio. Quindi, doveva essere ritenuto colpevole di peculato perchè i finanziamenti destinati agli immigrati non sono altro che vere e proprie elargizioni pubbliche, sottoposte come tali ad una precisa utilizzazione e all'obbligo di rendiconto. Diversa l'impostazione della difesa che si è sempre battuta per l'insussistenza del reato perchè, in base ad un accordo di natura assolutamente privatistico tra la prefettura e l' arcidiocesi di Lecce, il Regina Pacis non aveva l'obbligo di rendicontare le somme. Dalla lettura del dispositivo della sentenza pare che quest'ultima tesi abbia prevalso.
Nell'ambito dell'inchiesta, conclusasi oggi con l' assoluzione, nell'agosto 2001 la Procura di Lecce dispose il sequestro di 700 milioni di lire di fondi intestati a don Cesare e allo zio ritenendo che fossero stati distratti. Il provvedimento venne annullato prima dal Tribunale del Riesame e poi dalla Cassazione che ritennero lecita l'utilizzazione del denaro. Nell'inchiesta fu anche coinvolto, nel settembre 2002, l'arcivescovo di Lecce, mons.Ruppi, la cui posizione fu archiviata nell'ottobre 2004.
Per quanto riguarda invece le due condannane inflitte a don Cesare, la prima (del 24 maggio 2005) ad otto mesi di reclusione fa riferimento ad una presunta simulazione di reato compiuta dal sacerdote, nel 2001, mentre stava per essergli revocata la scorta. Secondo l'accusa, Lodeserto inviò (o si fece inviare) sul proprio telefono cellulare un sms contenente minacce di morte: ottenne così la conferma della protezione. L'altra (a 16 mesi per lesioni personali, violenza privata e omissione di intervento per impedire i maltrattamenti) fu inflitta il 22 luglio del 2005 per i tafferugli avvenuti il 22 novembre 2002 durante un maxitentativo di fuga dal Regina Pacis da parte di immigrati sfociato in scontri con i carabinieri.
Tutti e tre i procedimenti sollevarono aspre polemiche nell'opinione pubblica, ma i riflettori sull'operato del sacerdote si accesero inesorabilmente l'11 marzo 2005 quando don Cesare fu arrestato nell'ambito di un altro procedimento relativo a presunti abusi compiuti nella gestione del Regina Pacis. Per questi il sacerdote è accusato di abuso dei mezzi di correzione, sequestro di persona, calunnia e minaccia volta a commettere reato.

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