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Imprenditore porta 27 pm in giudizio

Avevano - secondo l'edile salentino - archiviato le sue denunce per usura e altre, danneggiandolo. Ora i magistrati sono accusati di «manifesta negligenza»
LECCE - Un presunto debito bancario che passa in quattro anni da 6 a 109 milioni di lire (con interessi del 131%), un imprenditore che non se ne cura perchè è gravemente malato, quindi la banca ottiene dal Tribunale di Lecce un decreto ingiuntivo per 109 milioni ma iscrive ipoteca giudiziale sui beni della famiglia del debitore «per un miliardo e 600 milioni di lire», paralizzando così l'attività dell'imprenditore edile.
Sono questi gli ingredienti di una vicenda giudiziaria iniziata alla fine del 1988 che approda ora nelle aule del Tribunale civile di Potenza al quale l'imprenditore edile salentino Mario Chiriatti, di 69 anni, si è rivolto citando a giudizio per danni (quantificati in nove milioni di euro) 27 magistrati del Tribunale e della Corte d'appello di Lecce che si sono occupati in vari gradi di giudizio del suo caso: o archiviando le sue denunce per usura ai danni del Credito Romagnolo (ora Unicredit Banca), oppure respingendo o non dando seguito alle sue richieste e ai suoi ricorsi in sede civile e penale. Alcuni magistrati sono accusati di aver preso decisioni «abnormi» e di «manifesta negligenza e neghittosità, patologica rottura con gli schemi della giurisdizione, lesioni dei beni giuridici protetti dalla Costituzione, macroscopicità di errori e diniego di giustizia».
Secondo la citazione civile firmata dal legale di Chiriatti, avv.Clemente Delli Colli, nonostante una sentenza del Tribunale di Lecce del 10 ottobre del 2002 (passata in giudicato) abbia definito «truffaldine» le richieste dei funzionari della banca, che hanno calcolato «interessi passivi su saldi attivi medi annui, con un tasso pari a meno 131%», magistrati della Procura di Lecce, ai quali l'imprenditore si è rivolto denunciando «l'attività criminale» della banca, «hanno consentito - e stanno consentendo - che i responsabili della banca potessero azionare impunemente quel titolo esecutivo» per «tenere ipotecati e pignorati tutti i suoi beni e per distruggerne l'intera fiorentissima attività imprenditoriale».
Per questo motivo l'imprenditore ha citato in giudizio diversi magistrati inquirenti salentini ritenendo che essi abbiano chiesto (ed ottenuto dal gip) l'archiviazione delle sue denunce con «motivazioni che sono smentite dalle risultanze dibattimentali e dalla sentenza passata in giudicato». In un caso un pm è chiamato in giudizio per non aver voluto sequestrare il decreto ingiuntivo ottenuto dalla banca «truffaldinamente».
Richieste di danni sono avanzate anche nei confronti di magistrati dell'ufficio gip e della Procura generale presso la Corte d'appello di Lecce che, a giudizio dell'imprenditore, non hanno dato seguito alle richieste investigative avanzate dal difensore di Chiriatti, avv.Fedele Rigliaco; e per giudici della Corte d'appello di Lecce che hanno ritenuto il credito vantato dalla banca «cristallizzato per mancata opposizione», respingendo un ricorso d'urgenza presentato da Chiriatti. Nella citazione, inoltre, l'imprenditore afferma e ritiene di poter provare con prove testimoniali, che negli anni scorsi presso la Procura della Repubblica di Lecce era «invalsa un'intesa di archiviare procedimenti penali per usura ed estorsione a carico di responsabili di banche con il pretesto che fossero tutte uguali, ciclostilate».
La citazione in giudizio è stata depositata presso il Tribunale di Potenza che è competente per territorio a trattare procedimenti che riguardano magistrati in servizio nel distretto della Corte d'appello di Lecce.

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