Lele Mora a Barletta: «In carcere sono cambiato
BARLETTA - L’eco del Lele Mora del tempo che fu campeggia sulla maglietta bianca che indossa su un corpo smagrito di cinquanta chili, dopo una detenzione lunga più di un anno nel carcere di Opera, provincia di Milano: «There is no sin except stupidity», recita l’aforisma dello scrittore irlandese Oscar Wilde, di cui la suddetta maglietta ci ricorda anche l’arco esistenziale (1854-1900). Ovvero: «Non c’è peccato tranne la stupidità».
Chissà a chi lo vuole ricordare Lele («Lele non esiste più, chiamatemi Gabriele», sottolinea), ieri a Barletta per incontrare il suo legale, l’avvocato Michele Cianci, prima di partire per un periodo di vacanza in Salento. Con lui il figlio Mirko e la figlia Diana.
Non è la prima volta che il manager delle stelle (reali o presunte) viene a Barletta: «L’ho trovata cambiata, in meglio, soprattutto nel centro storico»), sottolinea. Ora vuole lasciarsi il passato alle spalle. Pesa, eccome, un anno e più di carcere, dal 20 giugno 2011 al 1° agosto 2012, dopo il patteggiamento di una condanna (diventata definitiva) di 4 anni e 3 mesi per bancarotta. Il Tribunale di sorveglianza si pronuncerà a proposito dell’affidamento ai servizi sociali, poi lo attende il procedimento in corso a Milano che lo vede indagato con Silvio Berlusconi, Emilio Fede e Nicole Minetti per il «caso Ruby». «Ci sarà tempo per questa ulteriore prova - dice l’avvocato Cianci, subentrato nel collegio difensivo. Ora Gabriele vuole riappropriarsi del suo stato di uomo libero».
Appena uscito dal carcere, dove non sono mancati i momenti difficili, Mora è voluto andare in pellegrinaggio a Lendinara, provincia di Rovigo, nel suo Veneto, dove si trova il santuario di Santa Maria del Pilastrello. E ora porta al collo anche un crocifisso portatogli da Medjugorje: «In questi mesi ho riflettuto parecchio - dice -. Ho riscoperto le cose più semplici e importanti della vita. E non m’importa di chi ora fa finta di non avermi mai conosciuto. I miei angeli custodi sono stati gli agenti penitenziari. A loro devo molto».
Come sono lontani i tempi della Costa Smeralda, quando Mora (allora ancora Lele) era il mattatore delle estati italiane con la sconfinata scuderia di vip (reali o presunti), contrattualizzati o da contrattualizzare, che si ritrovava attorno. Questi sono tempi per forza di cose «sobri». In mezzo, quattrocento giorni in cella: non proprio una passeggiata.
[r.dal.]
Chissà a chi lo vuole ricordare Lele («Lele non esiste più, chiamatemi Gabriele», sottolinea), ieri a Barletta per incontrare il suo legale, l’avvocato Michele Cianci, prima di partire per un periodo di vacanza in Salento. Con lui il figlio Mirko e la figlia Diana.
Non è la prima volta che il manager delle stelle (reali o presunte) viene a Barletta: «L’ho trovata cambiata, in meglio, soprattutto nel centro storico»), sottolinea. Ora vuole lasciarsi il passato alle spalle. Pesa, eccome, un anno e più di carcere, dal 20 giugno 2011 al 1° agosto 2012, dopo il patteggiamento di una condanna (diventata definitiva) di 4 anni e 3 mesi per bancarotta. Il Tribunale di sorveglianza si pronuncerà a proposito dell’affidamento ai servizi sociali, poi lo attende il procedimento in corso a Milano che lo vede indagato con Silvio Berlusconi, Emilio Fede e Nicole Minetti per il «caso Ruby». «Ci sarà tempo per questa ulteriore prova - dice l’avvocato Cianci, subentrato nel collegio difensivo. Ora Gabriele vuole riappropriarsi del suo stato di uomo libero».
Appena uscito dal carcere, dove non sono mancati i momenti difficili, Mora è voluto andare in pellegrinaggio a Lendinara, provincia di Rovigo, nel suo Veneto, dove si trova il santuario di Santa Maria del Pilastrello. E ora porta al collo anche un crocifisso portatogli da Medjugorje: «In questi mesi ho riflettuto parecchio - dice -. Ho riscoperto le cose più semplici e importanti della vita. E non m’importa di chi ora fa finta di non avermi mai conosciuto. I miei angeli custodi sono stati gli agenti penitenziari. A loro devo molto».
Come sono lontani i tempi della Costa Smeralda, quando Mora (allora ancora Lele) era il mattatore delle estati italiane con la sconfinata scuderia di vip (reali o presunti), contrattualizzati o da contrattualizzare, che si ritrovava attorno. Questi sono tempi per forza di cose «sobri». In mezzo, quattrocento giorni in cella: non proprio una passeggiata.
[r.dal.]