Il nostro viaggio americano si concludeva a New Orleans, proprio nella città dove sarebbe scomparsa Ylenia. C’eravamo tutti. È stata, come ho già detto, l’ultima volta che abbiamo fatto un viaggio con tutta la famiglia. C’erano sia il fratello che la sorella di Romina, viaggiavamo in camper. Quando abbiamo fatto ritorno a casa, alla fine di luglio, Ylenia mi ha detto: «Ho intenzione di andare in Belize, voglio scrivere un libro sugli homeless». Io reagii dicendole: «Scusa, capisco la tua intenzione, ma non sarebbe più intelligente, visto che ti manca ormai poco, prenderti la laurea, finire i tuoi studi e poi partire per questo viaggio e per questa ricerca?». Lei stava facendo l’università a Londra, alla King’s School, e lì ci si arriva soltanto se sei capace, premiano le capacità, i cervelli... Ylenia era bravissima, aveva preso dei voti pazzeschi e parlava cinque o sei lingue. Aveva il dono delle lingue. (...)
Si era messa in testa di scrivere questo libro sugli homeless, i «senza casa», sulla loro vita e sui loro percorsi. L’ultima sera che abbiamo trascorso a New Orleans, durante il viaggio nel luglio 1993, Romina e sua sorella avevano deciso di andare al cinema. Io volevo restare con le due figlie più piccole. Ma Romina disse: «No, vieni, c’è Ylenia che se ne può occupare...». Guardai mia figlia negli occhi e capii che non l’avrebbe fatto, capii che si era organizzata per uscire comunque, per andarsene da sola a visitare la città, affidando le sorelle ai figli di Taryn, sua zia. Quella sera ho aspettato, ho fatto finta di niente, e poi all’improvviso sono entrato nella stanza: lei si stava già organizzando per andare via. Si è alzata e si è messa a correre per l’albergo. Mi sono messo a correre anch’io, per cercare di parlarle, per chiederle che cosa stesse accadendo. Ylenia allora si è fermata vicino a dei poliziotti e ha detto loro: «Quell’uomo mi sta inseguendo... ». E io a spiegare loro: «Sono il padre, lei è mia fi glia». Gridavo, ansimavo inseguendola. Poi si è rifugiata dai tassisti, sempre dicendo che c’era un uomo che la inseguiva e che le voleva fare del male. Non aveva mai reagito così. Mi impressionò come la polizia lasciasse correre. (...) Mia figlia che scappa per tutta la città, e alla fine riesce a far perdere le sue tracce.
Torno in albergo, metto a letto le piccole. Arriva poi Romina, rientrando dal cinema e mi chiede dove sia Ylenia. Le ho raccontato tutto quello che era successo e lei, mia moglie, si è messa contro di me, dicendomi che ero stato duro con Ylenia. Ma io avevo capito che c’era qualcosa di strano, qualcosa che non andava. L’ho saputo dopo: lei aveva un appuntamento con questo strano homeless che suonava il sassofono, Alexander Masakela. Temo che mia figlia si fosse fatta ammaliare e che ci fosse di mezzo anche la droga. (...) Poi, tornati a casa a Cellino, era il periodo di Natale 1993, un piccolo presepe nella mia stanza da letto prese fuoco e fuori casa mia cominciai a vedere dei gatti neri che non c’erano mai stati prima e non avrei più rivisto... Lo so, può sembrare sciocco credere a questo tipo di presagi. Eppure me lo sentivo (...) L’ultima volta che sentii la voce di mia figlia Ylenia fu il primo giorno dell’anno, il 1° gennaio 1994, quando telefonò a casa nostra per fare gli auguri. Le chiesi: «Dove sei?». E lei: «Ma che importanza ha?». «Fammi sapere come stai...» Ylenia disse: «Io con questo oggetto di plastica tra le mani non riesco a comunicare. Volevo solo farti gli auguri...». Discorsi strani. Poi più nulla. Non avemmo più sue notizie, né io né Romina. [Al Bano Carrisi]
















