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Accusato di pedofilia si impicca

SIRACUSA - Non ha retto alla vergogna, quell'accusa pesante di pedofilia l'ha tormentato fino a fargli desiderare la morte. Così dopo una notte di incubi ha preso una corda e si è impiccato nella sua abitazione, a Margherita di Savoia, in provincia di Foggia.
Prima di suicidarsi, l'uomo di 32 anni, gestore di una palestra, in sei lettere, una delle quali indirizzata alla fidanzata, ha spiegato il suo gesto disperato, maturato dopo che gli investigatori su ordine della Procura di Siracusa, avevano sequestrato in casa sua materiale pedopornografico, immagini e video con bambini. L'uomo era indagato, insieme ad altre 185 persone, nell'ambito di un' operazione contro la pedofilia in tutt'Italia coordinata dalla Procura di Siracusa che ha scoperto un sito web segreto accessibile tramite una password. Nell' inchiesta risultano coinvolti anche tre sacerdoti.

La Procura di Siracusa non ha mai divulgato i nomi delle persone accusate di pedofilia ma il gestore della palestra non ha retto all'idea di dovere guardare negli occhi la sua fidanzata, i suoi genitori e ai suoi soci portandosi dietro quel pesante fardello.
Nelle lettere, indirizzate a tutti, trovate nel suo appartamento l'uomo ha chiesto «perdono» per quello che aveva fatto, confermando di avere scaricato i filmati ma negando di essere un pedofilo. «Per questo mio errore - avrebbe scritto - l'unica soluzione è la morte».

Durante la perquisizione compiuta dai carabinieri, nell'abitazione dell'uomo erano state trovate anche le registrazioni effettuate con telecamere nascoste nelle docce e nei bagni delle donne della sua palestra.
Nessun commento sul tragico gesto giunge dalla Procura di Siracusa. I magistrati sottolineano però che, nel rispetto della legge, non è stato fornito alcun elemento che possa fare individuare alcuno degli indagati nell'inchiesta.
«L'accusa di pedofilia - dice un uomo di 31 anni in passato indagato e poi risultato estraneo in un inchiesta della Procura di Torino estesa in tutt'Italia - è un accusa pesante da sopportare anche per chi sa di non essere colpevole. La gente esprime giudizi solo sulla base di un accusa tutta da provare. Chi è fragile si sente il mondo addosso, soprattutto se ha una famiglia, una moglie, dei figli».
«Nel mio caso - racconta - gli investigatori mi contestarono una connessione a un sito pedofilo dalla mia utenza telefonica. Per fortuna in pochi giorni capirono che ero estraneo alla vicenda. Ma mi chiedo se basti una semplice connessione via Internet, magari frutto di un errore o di un collegamento filtrato da software scaricati senza saperlo, per essere indagato e accusato di essere un pedofilo. E mi chiedo, ancora, se non siano necessarie indagini più approfondite prima di vedersi piombare in casa alle 7 del mattino la polizia postale che mette sotto sopra l'appartamento, come se fossero alla caccia di un latitante».
Alfredo Pecoraro

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