«Ammazzate quel pedofilo» Ma era la vendetta del boss

di Vincenzo Sparviero

BRINDISI - Massacrato di botte per la gelosia «repressa» del boss.

Quelli che sembravano pettegolezzi di paese, grazie alla rivelazioni del pentito diventano prove. Massimo Pasimeni avrebbe mandato i suoi scagnozzi ad ammazzare l’ex compagno della moglie: quello che la faceva prosituire sotto i suoi occhi, con la scusa di eliminare «uno che se la faceva con le ragazzine» e che per questo era malvisto da tutto il quartiere.

La caparbietà di un magistrato - la pm Valeria Farina Valaori - nel raccogliere riscontri alle rivelazioni del pentito ha fatto il resto spedendo in carcere mandante e assassini. Così, per il boss Massimo Pasimeni - mesagnese di 43 anni, conosciuto nell’ambiente come «piccolo dente» - si sono riaperte (anzi richiuse, in quanto detenuto da tempo) le porte del carcere. All’orizzonte per lui, dopo questa vicenda, un altro ergastolo. La stessa cosa rischiano i tre presunti esecutori materiali del pestaggio mortale, anche loro tutti di Mesagne: Francesco Gravina (detto «Gabibbo» di 32 anni), Vito Stano (detto «malombra» di 42 anni) e Cosimo Giovanni Guarini (detto «maradona» di 34 anni).

Per loro l’accusa è di quelle agghiaccianti: omicidio volontario con la premeditazione.

Secondo gli inquirenti, infatti, dopo l’’«ordine» di ammazzare avrebbe avuto tutto il tempo di riflettere e mandare a monte i piani del loro capo. Invece, il 16 giugno del 2009, i tre assassini si presentarono in casa di Giancarlo Salati - mesagnese di 62anni, detto «menzarecchia», anche lui con una bella sfilza di reati alle spalle - massacrandolo di botte utilizzando anche un bastone.

Salati fu trovato da una figlia agonizzante. La donna, riferì che gli avrebbe detto prima di morire di essere caduto dalle scale. In ospedale, dove Salatì morì il giorno dopo, non fu difficile per i medici capire che tutte quelle ferite non potevano certo essere state causate dalla caduta. Solo allora intervenne la Polizia che avviò le indagini non potendo contare sulle testimonianze perchè intorno alla vicenda si alzò un vergognoso muro di omertà quando tutti - nel centro storico di Mesagne - sapevano cosa era realmente accaduto perché le urla di Salati avevano «svegliato» tutti dal torpore della «controra» e tutti - o quasi - spiarono dalle persiane vedendo i tre assassini scappare.

Siccome Salati non era uno stinco di santo, con un passato da sfruttatore della prostituzione - e altri reati - oltre al forte sospetto di essere un pedofilo - gli investigatori pensarono a qualcuno legato alla famiglia della ragazzina che praticamente viveva con lui e che si sospettava avesse messo incinta. In realtà, la ragazzina aspettava un bambino dal suo fidanzatino e le indagini avevano anche accertato che i famigliari della ragazza erano estranei alla vicenda anche se il il padre - Cosimo Carrieri - era successivamente stato «indagato» e gli avevano anche prelevato il Dna. Probabilmente, tutto questo avvenne quando gi inquirenti già sapevano che ad ammazzare erano stati i tre arrestati.

Glielo aveva detto il pentito Ercole «Lino» Penna che aveva ricostruito l’omicidio nei dettagli perché fu lui a ricevere l’ordine da Pasimeni e ad incaricare tre «suoi ragazzi» di dare una lezione a Salati.

Una «lezione» che - a quanto pare - non era piaciuta al boss, in quel periodo libero nella sua casa che confina attraverso il terrazzo con quella della vittima, che avrebbe addirittura ordinato a Penna di ammazzare «quei tre» perchè non avendo portato a termine subito l’omicidio, avrebbero potuto consentire a Salati di indicare i loro nomi e quindi risalire a lui. Penna, però, quando ancora era uno degli uomini di punta della Sacra Corona, lo convinse che non era opportuno spargere tanto sangue sottolineando che si trattava di «gente fidata e amica».

Quanto al movente, tutto sarebbe legato alla «vecchia ruggine» tra il boss e Salati per quella donna che Pasimeni ha sempre amato: Gioconda Giannuzzo.

Fu proprio Salati - secondo la Polizia - a portarla a Mesagne quando era poco più che una ragazzina. Aveva con lei una relazione ma non era «geloso» come invece lo è sempre stato Pasimeni. Salati, infatti, secondo gli agenti la faceva prostituire e la portava anche in casa di salvatore «balla» Buccarella, all’epoca altro grosso esponente della Scu. Poi, Pasimeni la volle solo per lui, ma alla prima occasione - secondo le accuse - avrebbe fatto pagar caro a Salati il trattamento riservato in passato alla sua amata.
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